Vincenza, i vardos e il tempo che fu

“The time of the wandering Gypsies / Has long passed. / However, I see them, / They are bright, / Strong and clear like the water …” (Papusza, in Bury me Standing, Isabel Fonseca 4).

Che ne è stato di quel tempo degli zingari vaganti, dei loro cavalli, dei vardos e del fuoco? “Tuttavia, io li vedo ancora” recita la poesia. Ed è così anche per me, che per anni ho visto bussare tutti i sabati alla porta di casa mia una Rom. Non la dimentico per mille motivi. Primo fra tutti ho il suo stesso nome “Vincenza”.

Ombretto azzurro su grandi occhi scuri, capelli sempre lunghissimi, così come la gonna. Dietro di lei sempre una ragazzina. Sua nipote, figlia di quel figlio, morto tra i tanti morti bianchi. Si diceva in giro fosse caduto da una impalcatura di un cantiere edile dove faceva il muratore.

Voci. Nessuna denuncia, nessuna ricompensa dallo stato. Perché “tanto sono zingari”, si diceva.

Ma Vincenza, nel mio paese la conoscevamo tutti. Paese Sannita del sud. Piccolo, racchiuso in una conca, con fitta nebbia e umidità nelle mattine d’estate.

Come tutti i paesi d’Italia, lento su certe cose, e veloce nel rincorrere progressi troppo pericolosi.

E Vincenza andava lenta, col suo passo. Arrivava da Moiano, altro paese del Sannio a pochi km dal mio. Viveva da quelle parti di certo da più di 40 anni. Negli anni ’80, dopo il terremoto dell’Irpinia, il comune diede loro case popolari e così si stabilirono in fisse dimore, abbandonando vardos e cavalli ma ogni tanto riaccendendo falò nello spiazzale davanti casa.

Il sabato era la giornata di Vincenza nel mio paese. Passava di casa in casa. Mai entrando. Bussando e aspettando che qualcuno la aprisse. Non ricordo un parola fuori luogo, un gesto cattivo, ma parlava con tono rispettoso chiamando le donne “signò” … Spesso, mamma faceva il caffè e lei che non varcava la soglia di casa, lo beveva in piedi.

Lina, la mia vicina, anche lei originaria di Moiano, la conosceva a menadito e così, il sabato di Vincenza, diventava per me anche motivo di curiosità. Si chiacchierava di gente a loro due note, di cose da cambiare, di malattie e vecchi ricordi.

Mia madre le conservava sempre qualcosa, e quando non avevamo proprio nulla, c’era di certo frutta del giardino, o le uova del pollaio.

“Ma nu profumo pe’ mia nipote nun o tien…” Ricordo per anni questa sua richiesta. Desiderava un profumo. Non so se davvero per sua nipote. O forse per lei ma se ne vergognava.

Non ricordo se ho mai esaudito quella richiesta. Ma ricordo vestiti e scarpe che mamma le dava, e lei sempre con il sorriso accettava tutto.

Ciò che mi colpiva erano i commenti, a volte, di alcuni paesani, o di gente che incontravo nella salumeria vicino casa. Lamentele in cui dicevano “tanto qualsiasi cosa le dai, lo rivende” o “una volta il marito rubò degli attrezzi” o ancora le stupide voci che “rubavano bambini”.

Io so quel che vedevo e sentivo sulla mia pelle. Vincenza era buona.  Non superava i limiti, aspettava paziente che si aprissero porte.

Poi all’improvviso un sabato Vincenza non arrivò. E così ancora un altro sabato. Poi, anche io, vagabonda, sono emigrata.

E di Vincenza, dall’ombretto blu e lunghi capelli corvini non ne ho saputo più nulla.

Voglio sperare che sia di nuovo su un vardos, trainata da cavalli grigi verso mondi più giusti.

 

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