A spasso per Istanbul con Serra Yılmaz

Articolo pubblicato su LUCI E OMBRErivista trimestrale di informazione cinematografica e culturale – Numero 4 – Anno V – Inverno 2017serra1

Attrice di cinema e teatro. Attivista di lungo corso per i diritti civili, interprete, narratrice, grande appassionata di cucina. Nata ad Istanbul, da poco residente in Italia. Ma chi è questa donna turchese[1] incontrata per caso in una notte veneziana, silente e di luna piena?

Serra Yılmaz esordisce nel cinema turco negli anni Ottanta. Diventa poi l’attrice simbolo di Ferzan Özpetek (Le fate ignoranti, La finestra di fronte, Saturno contro, Rosso Istanbul). Amata dal pubblico Italiano non solo per le sue interpretazioni al cinema ma anche per quelle in teatro. In tournée, dopo il successo con La bastarda di Istanbul– tratto dal romanzo della scrittrice turca Elif Şafak – è da alcuni mesi impegnata con diversi spettacoli, tra cui Griselidis, memorie di una prostituta” – sulla figura di Grisélidis Réal,“scrittrice, pittrice e prostituta” (questo l’epitaffio sulla sua tomba) – e L’Ultimo Harem, ispirato non solo ai racconti de Le Mille e una notte, e ad alcuni brani della scrittrice Nazli Eray, ma anche a testimonianze e a ritratti di alcune favorite.

Scopro da un’amica in comune che Serra è attiva sul fronte dei diritti civili da diversi anni. E che entrambe, negli anni ’70 hanno condotto intense battaglie femministe. Lei sorride. Mi mostra il suo Bosforo dalle vetrate del ristorante Divan Brasserie Bebek. Il suo sguardo è penetrante ma misto di malinconia. Qualcosa sembra essere svanito da questa città che incanta chiunque vi giunga. Mal d’Istanbul?

Serra Yılmaz: Questa è la mia città…sono nata qui, la mia famiglia è autoctona, cosa rara da trovare. Quando sono nata Istanbul non aveva nemmeno un milione di abitanti. Adesso si dice ne abbia quasi venti. E ciò per chi è nato qui, è un grande shock. Sono figlia unica, nata da genitori entrambi figli unici. Sono bilingue, ho fatto tutti i miei studi in francese. Ho vissuto in Francia sia negli anni universitari, che recentemente per altri tre anni perché ero impegnata in vari spettacoli teatrali.

In realtà fino a poco tempo fa non avevo mai vissuto in Italia, ma ho preso da poco in affitto un appartamento a Firenze.

Cosa ti ha portato in Italia? Oltre a Firenze, a quale altra città sei legata? E che rapporto hai con il sud Italia?

SY: Com’ è avvenuta la mia conoscenza dell’Italia e dell’italiano… L’Italia è entrata nella mia vita grazie all’incontro, durante la mia infanzia, con degli Italiani. Avevo undici anni quando una famiglia molto numerosa con sette figli, venne ad abitare nella nostra strada. Erano arrivati da Strasburgo. Babbo italiano, mamma francese…Si erano conosciuti durante la Resistenza. Affascinata da questa famiglia numerosa mi ci sono infiltrata! Mi sono sempre considerata parte di loro e tutt’ora siamo molto legati. All’inizio ho conosciuto solo Firenze e la Toscana… Con Firenze ho un legame speciale. Soprattutto con il Mugello, ma ovviamente amo anche tantissime altre città.

Del sud, a dire la verità, conosco abbastanza bene Napoli, conosco Catania e tutta la costa, sono sì stata a Palermo ma l’ho vissuta meno. Catania di più perché vi ho lavorato.

            Sei tra le tante cose anche interprete. Che valore ha per te possedere la padronanza delle lingue…

SY: Fare l’interprete non è un semplice lavoro, richiede tanta concentrazione. In passato era la mia attività e mi capita ancora di farlo…A me piace molto fare acrobazie con le lingue, credo di avere un talento naturale e ne sono felice. Penso sia una grande ricchezza quella di essere poliglotta.

…Ogni lingua rappresenta un altro modo di vedere il mondo, di comprenderlo, di prenderlo con sé.

            La cucina è mescolanza di culture e sapori…Quella turca è miscuglio di elementi e d’ingredienti provenienti da aree geografiche diverse. Nei film di Özpetek ci sono spesso delle bellissime tavolate. NeLe Fate Ignoranti, ad esempio, prepari varie cose tra cui delle polpette che sembrano speziate. Cosa ti fa amare la cucina? Preferisci piatti elaborati o la cucina povera? Se tu dovessi definire Istanbul attraverso un piatto, quale sceglieresti?

SY: (Sorriso, ndr) Le polpette de Le Fate Ignoranti non sono speziate! Sono con la mela e l’arancia. Non si tratta di spezie. In realtà  è una ricetta di Gianni Romoli, che aveva scritto la sceneggiatura insieme a Ferzan (Özpetek, ndr). Io amo molto il cibo e amo molto cucinare, perché prima di tutto amo mangiare.Poi devo dire che da bambina mia madre mi ha permesso di entrare in cucina e scoprire tutto un mondo di consistenze, odori, gusti e sapori…Contrariamente a quello che la nonna aveva fatto con lei… Mi piace molto cucinare per i miei amici. Penso che una tavola imbandita rappresenti il posto ideale per scambiare idee, pensieri, sentimenti. Purtroppo non cucino tutti i giorni.

Se dovessi definire Istanbul attraverso un piatto!?…No, non potrei sceglierne uno solo! Potrebbe essere un’ unica portata, un piatto che si chiama “degli antipasti” dove si possono mettere sia cibi caldi che freddi. Forse questo è l’unico modo in cui Istanbul potrebbe essere rappresentata….Istanbul è troppo multipla per definirla attraverso un unico sapore.

            La parola turca per melanconia, è hüzün. Nei racconti di Orhan Pamuk Istanbul è sempre immersa in una strana nebbia di malinconia. Combinazione di memorie e ricordi, di romantiche immagini, di qualcosa che forse c’era o forse è solo immaginazione. Le rovine dell’Impero Ottomano, il Bosforo, gli yali, i profumi della città, il “çay”, i simitler….cosa è per te oggi Istanbul?

SY: Istanbul è per me oggi una città rovinata. I dirigenti non hanno fatto nulla per conservarla, per proteggerla. Era bellissima, affascinante, con una posizione geografica molto particolare. E’ diventata un agglomerato di cemento squallido, che non ha niente di verde. Sono rimasti soltanto i cimiteri a darci del colore. Quindi è grazie ai morti che abbiamo un po’ di verde. Non ha nulla a che vedere con la Istanbul della mia infanzia. E questo, ovviamente mi provoca un grande dolore.

Questa malinconia, che tu chiami melanconia…sì, diciamo che hüzün è anche tristezza, nostalgia…

In realtà i turchi non sono un popolo del mediterraneo. Sono arrivati, dicono, dall’Asia centrale, e non hanno niente di mediterraneo, non conoscono bene il mare, hanno cominciato a praticare il mare dopo essere arrivati in Anatolia, ed è per questo che tutti i nomi dei pesci, i nomi della pesca vengono dal greco, quindi non sono un popolo gioioso di mare. Evidentemente abitando sul mare la gente acquisisce anche queste particolarità. Il turco è in realtà molto malinconico. Ha qualcosa di balcanico. E questo aveva sorpreso molto un amico croato che era venuto a trovarmi e aveva avvertito che c’è era qualcosa di questa malinconia slava, balcanica anche nei turchi. E ammetto che è così.

            In una intervista dichiari che la tua anima è divisa in due: due mestieri, due culture, due lingue. Come convivi con questa dualità? Con questo miscuglio di culture, luoghi, emozioni…

 SY: Non so se ho mai parlato di dualità…in realtà sarei divisa fra tre anime. C’è la Turchia, la Francia e l’Italia. Quindi…direi che è ancora più complesso. C’è una triplicità. Io sono una nomade. Non sono capace di rimanere ferma seduta in un solo luogo. Ho sempre bisogno di muovermi…ad esempio mi piace molto muovermi tra Parigi ed Istanbul, così come tra Firenze ed Istanbul. Non sono mai fissa in un luogo unico.

            Da un po’ di anni si parla molto del “pensiero meridiano”. Il sociologo Franco Cassano afferma che bisogna guardare al Mediterraneo non come frontiera o semplice “area di delimitazione” ma come centro dell’Europa. Sul Mediterraneo non esistono razze pure, “siamo tutti bastardi, frutto di contaminazioni tra popoli e culture.” In un’ intervista affermi che in realtà “i turchi non sono un popolo mediterraneo…” ma in fondo abbiamo molto in comune…

SY: Il fatto di avere cose in comune, non vuol dire che siamo per forza un popolo del Mediterraneo. E’ vero, siamo tutti bastardi, soprattutto la Turchia, ma è un luogo di passaggio l’Anatolia…siamo tutti mescolati. Qualcuno “occidentale” ogni tanto mi dice “ma lei è 100% turca?” Ma il turco 100% non esiste. L’idea del nazionalismo è diventata molto consistente dopo la Repubblica.

Non esiste un turco al 100%. Si è sempre mescolati con qualcosa. Ad esempio, mia nonna materna era una circassa, mentre mia nonna paterna aveva delle radici balcaniche…siamo tutti molto mescolati. Per questo il nazionalismo è molto “bischero”. Chi urla oggi “La Turchia è grande” è lo stesso che avrebbe gridato “il Ruanda è grande” se fosse nato in Ruanda! Abbiamo molto in comune, certo. Anche se non siamo proprio popoli del mediterraneo e siamo arrivati dopo, abbiamo condiviso questa cultura del mare. Poi la flora e la fauna sono molto simili. Normale che ci siano similitudini tra noi.

            Nel film di Ferzan Özpetek del 1999, Harem Suare tu sei Gülfidanla narratrice dell’Harem di Abdulhamit II, ma Harem Suare è anche la storia di tua nonna…cresciuta nell’ultimo harem dell’Impero Ottomano. Tua nonna era una circassa…

SY:  Mia nonna era una bambina circassa molto bella che venne lasciata nell’Harem dell’Impero Ottomano. E’ stata cresciuta lì, è uscita sposandosi perché aveva una kalfa (sorta di balia e anche governante, ndr), donna visionaria ed intelligente, che aveva previsto la fine dell’ harem e quindi la fece sposare con un uomo molto più anziano di lei. Mio nonno è stato un uomo molto affabile, molto affettuoso con lei e sono stati sempre insieme fino alla sua morte. Mia madre è stata la loro unica figlia. Dell’Harem ho sentito parlare dalla nonna, ma allora io ero troppo giovane per farle domande e  chiederle di più. Ovviamente ciò mi dispiace molto…Ma ho ascoltato i suoi racconti, sì…

            Finzione, realtà, storia che si mischia con la fantasia… Cosa pensi del rapporto cinema-storia?

SY: Parlare di storia non è mai semplice. È un argomento difficile. Quando diciamo “storia” ma cosa intendiamo? C’è la storia vissuta ma c’è poi la storia ufficiale che spesso ci fa dire delle cose che non corrispondono alla realtà, al vissuto.

Il rapporto cinema-storia è sempre complicato, anche dal punto di vista produttivo, perché chi parla di storia racconta di un tempo che non esiste più. Fare un film storico significa seguire tutta una serie di cose: dai vestiti, ai luoghi, e dunque i costi di produzione assumono un valore importante. E non tutti osano lanciarsi in film del genere.

            Ancora su finzione e realtà. Tornando ad Harem Suare…Gulfidan è la narratrice per eccellenza. E’ lei che intrattiene le giovani all’interno dell’Harem. Nella realtà, Serra Yılmaz è davvero anche una narratrice!

SY: Sì, sono una narratrice e mi piace molto raccontare storie, mi godo veramente le storie che racconto…quindi più che scrivere preferisco narrare a voce. Ecco, come in questo caso, mi piace risponderti a voce.

            Continuando a parlare di cinema, come nasce la tua passione….

SY: Mio padre ha lasciato una carriera accademica ed è diventato uno dei primi critici cinematografici turchi. Ha fondato con altri la cineteca ed è stato suo primo presidente a lungo. Sono cresciuta in un ambiente dove si andava sempre al cinema e a teatro. Mia madre mi portava molto spesso a vedere spettacoli per bambini. Ho visto tantissimi film nella mia vita. Andare al cinema rimane per me una delle cose che mi rende più felice. È un momento magico, tu sei nel buio, da solo…Vieni trasportato in un altro mondo. E davvero tagli fuori i tuoi problemi, dolori, sofferenze…Parti e vai in un’altra dimensione. Adoro andare al cinema e per questo non ho mai abbandonato il mio lato di spettatrice assidua.

            Da poco è uscito il tuo primo film da regista… come mai questa scelta di passare alla regia?

SY: Non avevo alcuna idea di diventare regista! Èstato un po’ casuale! Ferzan ha sentito parlare della sceneggiatura del film Perfetti sconosciuti (di Paolo Genovesi, 2016 ndr); ha trovato l’idea geniale e ha comprato i diritti per la Turchia. Però, essendo lui un regista che realizza le sue proprie storie, non aveva minimamente voglia di girarlo, quindi cercava come co-produttore un regista. Alla fine mi sono fatta avanti timidamente (sorriso, ndr)…dicendo “mah, vorrei provarci io…” e così alla fine eccomi qua, l’ho girato io!

Il film, dal titolo Cebimdeki Yabancı (che tradotto significa Straniero in tasca) è uscito il 2 febbraio in Turchia. Anche qui i film escono di venerdì e per il momento siamo primi al box office. Non so per quanto durerà, ma è stata un’esperienza molto positiva e gioiosa.

            Istanbul vista attraverso un libro, un film e un luogo…

 SY: Mm non è semplice…Un film potrebbe essere L’ Immortelle (1963) di Alain Robbe-Grillet in cui si vede molto bene la Istanbul degli anni ’60, anni in cui non era ancora così sciupata… Ma potrebbe essere anche Ah güzel Istanbul (O Beautiful Istanbul,1966) di Atif Yilmaz, con cui ho debuttato al cinema,

Un libro…sì, diciamo che Istanbul: i ricordi e la città di Pamuk non è male devo dire, ma ce ne sono altri…

Un luogo? No…Non mi basterebbe un luogo solo per descrivere la mia Istanbul.

E così, volgendo ancora una volta lo sguardo, di leggera malinconia, verso il suo Bosforo, Serra Yılmaz mi fa pensare al Marco Polo de Le città invisibili… “Le immagini della memoria, una volta fissate con le parole, si cancellano … forse [Istanbul] ho paura di perderla tutta in una volta, se ne parlo. O forse…l’ho già perduta a poco a poco.”

 

 

 

Note

[1] Così viene definita Serra Yılmaz nella sua autobiografia scritta con Andreina Switch, Una Donna Turchese, Baldini & Castoldi, 2013.

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