Italo-Americani: storie di (non) ordinaria migrazione.

“Quando un [emigrante] perde la sua lingua e le sue usanze e la sua cultura, perde la sua identità.”

Lo chef Silvio Suppa, italo-americano originario del Sannio[1], lo sapeva bene: aveva portato con sé sulla nave dove si imbarcò per l’America, nel lontano 1968, tutta la sua Italianness – tutta la sua cultura sannita, dimostrando oltreoceano che le proprie radici non sono mai sradicate del tutto, e che l’”amara America” nel suo processo di assimilazione e melting-pot, non ha mai potuto cancellare lo spirito identitario dell’emigrante italiano. Silvio è una voce non singola nell’immenso panorama di storie, che in un processo vichiano di corsi e ricorsi, si intrecciano, finendo per avere, come scrive il giornalista Giannantonio Stella stesse costanti:

“le persone si spostano inseguendo un sogno, una speranza, un obiettivo di vita vero verso paesi più promettenti, più ricchi (11).

Il primo settembre del 1968 Silvio si imbarca dal porto di Napoli, con un augurio speciale da parte di suo nonno “Stai contento, bell’ ‘ro nonno, vai in America, perché è una terra santa” (Riccio, 115). La “Merica che poteva nascere solo da una congiuntura o da una illusione” (Porcella, 32), è terra di opportunità e terra santa, da onorare e rispettare perché come una madre accoglie e lascia grandi opportunità. Lo hanno raccontato bene Corrado Alvaro e Leonardo Sciascia: “vieni che qui c’è lavoro e c’è fortuna” (Alvaro, 29); “Il sogno dell’America traboccava di dollari” (Sciascia, 22). Partire, verso un Nord o per l’estero, aveva ed ha lo stesso sapore di dolce/amaro.

L’emigrazione, qualsiasi emigrazione comporta un distacco traumatico, uno strappo, non solo dalla famiglia, ma dal luogo da cui si parte. Il viaggio è sempre ignoto, anche se si possiedono coordinate precise di arrivo. Una nuova terra è sempre un “crocevia di lacerazioni destorificanti e quindi luttuose” (Martelli, 435). Nonostante ciò, ci sono figure, spesso nascoste, finite negli interstizi della storia, di cui nessuno parla e che vengono fuori all’improvviso, da una foto, un ricordo, un commento postato sui social networks. E’ successo così per la storia del santagatese prima e Italo-Americano poi, Silvio Suppa, noto chef oltreoceano.

Se, parafrasando lo scrittore Italo-americano Robert Viscusi, “l’America Italiana è un mondo sotterraneo, dove regnano le memorie” (ix), va anche aggiunto che quel mondo sotterraneo, quel “terzo spazio” è stato un mondo prolifico, che ha prodotto eccellenze in tutti i settori. Silvio ne è un esempio degno.

Nel documentario Italianamericana (1974) diretto da Martin Scorsese, il concetto di Italianess è un valore assoluto che il regista omaggia attraverso la cultura culinaria. La storia della sua famiglia è una storia simile a quella di tanti Italo-Americani partiti dalle nostre terre sannite:

“I watched my mother to make the sauce … I watched my mother in law … I got a lot from my mother in law, from the family” (Osservavo mia madre preparare il sugo …Osservavo mia suocera … Ho imparato molto da mia suocera, dalla famiglia

Il cibo, elemento essenziale della riscoperta delle radici è ben presente anche nelle poesie di Giovanna Capone, i cui nonni, originari di Afragola, emigrarono negli Stati Uniti agli inizi del ‘900.

“You picked bushels full of red tomatoes / grown in a backyard garden / You’d chop and simmer them fresh in a pan with basil, garlic, onions, / always making your Sunday sauce from scratch (Capone 21). (Hai raccolto cesti pieni di pomodori rossi / cresciuti nell’orto dietro casa / freschi, hai tagliato a pezzetti e cotto lentamente in una padella con basilica, aglio, cipolla / preparando sempre la tua salsa della domenica in casa).

L’identità passa dunque, attraverso i sapori. Nelle storie dei migranti del Sud, i luoghi lasciati non scompaiono, ma restano punto di riferimento, ossessioni, legami ombelicali inscindibili, che fanno anche del migrante una malinconica figura in bilico tra l’ieri e l’oggi. Identità che possono essere individuate dagli odori e dai sapori perché nelle migliaia di cucine provenienti dal Sud “altrettante pentole piene del famoso pomodoro […] spandono colonne di fumo odorante aglio” (Serra, 255). E il cibo, quale elemento identitario è ciò che ha caratterizzato la vita e la storia dello chef Silvio Suppa, emigrato all’età di vent’anni per la “Merica”, quella stessa terra che nel corso dei secoli vedrà costituirsi una comunità con un legame indissolubile con la terra di origine. L’arte della cucina, il giovane Silvio la apprese da nonna Carmela, nella campagna di Sanguinito.

La storia dello chef Suppa inizia negli anni ’70 nel ristorante Italo-Americano Del Monaco, nella famosa Wooster Street, la Little Italy di New Haven (Connecticut). Negli anni, Silvio uomo pratico e laborioso, crea un suo stile. La sua filosofia è stata “from farms to table” dai campi alla tavola, mai dimenticando la cucina della nonna, e aprendo altri importanti locali quali il famoso “Cafe Allegre” a Madison e “The Woodwinds” a Brandford, entrambi nello stato del Connecticut. Con sua moglie Vittoria, ha costruito un percorso di vita e professionale per oltre 40 anni, fondando la loro storia sulla tradizione e i sapori del Sannio, abbracciando l’idea di un ristorante dove sentire lo stesso calore di casa. Tradizioni, ricette, sapori del suo passato che lo chef Italo-Americano, ha saputo trasformare e rimodellare senza mai dimenticare la sua Italianità. Come racconta lo scrittore e fotografo Anthony V. Riccio nel libro scritto a quattro mani con Silvio, “Cooking with Chef Silvio: Stories and Authentic Recipes from Campania”, non solo era un artista della cucina, ma anche un abile affabulatore con sempre mille storie e aneddoti legati al suo passato. Affascinanti racconti talmente dettagliati da poterli immaginare, narrati alternando l’Americano, lingua della sopravvivenza e dell’adattamento, al dialetto, lingua della memoria, del ricordo, delle emozioni. Anthony lo ricorda un uomo dalle incredibili qualità umane, sempre disponibile ad aiutare l’altro, lo straniero, mai dimenticando le sue origini e le difficoltà.

Silvio Suppa rappresenta l’emigrante di successo, ma non per questo la sua storia è stata una storia semplice. Dalla separazione, di certo dolorosa dal suo mondo natio, tra ciò che si era e ciò che si è diventato all’arrivo, “nascono forme ricombinanti indebitate sia con le origini della cultura di partenza sia con le origini della cultura in cui si giunge, ma non vincolate a quelle origini, poiché rese ibride nel transito” (Derobertis, 33).

Ma di certo, quell’ibridità di cui Silvio sapeva qualcosa, ha assunto un valore positivo, unendo il meglio della sua cultura sannita e della sua intraprendenza, alle opportunità e valorizzazioni che quella “Merica” gli ha saputo offrire.

Lo chef Zuppa nella sua terra di Origine

 

ph Anthony Riccio: Lo chef Suppa nella sua terra d’origine

 

[1] Silvio Suppa è nato a Sanguinito, piccola frazione di Sant’Agata dei Goti, in provincia di Benevento, dove risiedono ancora alcuni cugini.

Bibliografia citata.

Alvaro, C., Terra nuova. Prima cronaca dell’Agro Pontino, Istituto Nazionale di cultura fascista. Roma: Edizioni Nuovissime, 1934.

Capone, Giovanna. In My Neighborhood. Poetry and Prose from an Italian-American. Fairfield: Bedazzled Ink Publishing C., 2014.

Derobertis, R. “Insorgenze letterarie nella disseminazione delle migrazioni. Contesti, definizioni e politiche culturali delle scritture migranti”, in Scritture migranti: rivista di scambi interculturali, 2008.

Martelli, S., «Dal vecchio mondo al sogno americano. Realtà e immaginario dell’emigrazione nella letteratura italiana», in Storia dell’emigrazione italiana, Bevilacqua, P., De Clementi, A., Franzina, E., (a cura di ). Roma: Donzelli, 2001.

Porcella, M., «Premesse dell’emigrazione di massa in età prestatistica (1800-1850)», in Storia dell’emigrazione italiana, Bevilacqua, P., De Clementi, A., Franzina, E., (a cura di ). Roma: Donzelli, 2001.

Sciascia, L., Il mare colore del vino. Milano: Adelphi,1996.

Serra, I., Immagini di un immaginario. L’emigrazione italiana negli Stati Uniti tra i due secoli (1890-1925). Verona: Cierre Edizioni, 1997.

Stella, G.A., L’orda. Quando gli albanesi eravamo noi. Milano: Rizzoli, 2003.

Suppa, Silvio. Riccio, Anthony, V. Cooking with Chef Silvio: Stories and Authentic Recipes from Campania. SUNY Press, 2010.

Viscusi, Robert. Buried Caesars, and Other Secrets of Italian American Writing. Albany: State U.P., 2006.

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