Il sogno della sirena e l’uomo che aspetta

…seconda parte.

Marianna, in silenzio appoggia i trucchi e il Vixs in bagno.

Dalla finestra della camera spartana arrivano le voci di Alberto, Javier e Mauricio.
La porta è semichiusa e mi permette di vedere solo le gambe di Cristina che continua a dondolarsi.

Osservo gli oggetti intorno a me: sulle pareti quadretti di donne, forse recuperati in Italia negli anni ’80 da Javier.
Il frigo sulla parete di destra è di quelli anni’70.
Sulla sinistra una enorme sedia di vimini, con cuscini colorati, così come il letto, piccolo,
ma con coperte che hanno il colore di quelle terre: giallo acceso, marrone bruciato, il verde di vecchie iguane.
Su tutto campeggia lei. La sirena. Copia di un opera di Roberto Fabelo. Il grigio è l’unico colore della stampa. Il corpo in posizione fetale fa pensare al fantastico mondo della procreazione e del sogno.

E’ tempo di saluti. Alberto ci raggiungerà domani, e noi con cartina alla mano esploriamo il barrio. La Playa è fuori dal centro de La Habana e così si decide di camminare cercando un posto dove mangiare.
Del centro turistico ci occuperemo domani.
Di Miramar e delle sue ambasciate, del suo mare e dell’altro aspetto di questa terra ora non ne vogliamo sapere.
Ma, scopriamo con leggera amarezza che tutti i ristorantini e locali sono solo turistici.
Molte voci italiane. Americani ricchi con giovani donne; molti uomini alcuni russi, con giovani compagni, che non possiamo non osservare. Corpi cubani freschi, carne da sesso, vendite clandestine che tutti riconoscono. Quel mercato è sotto gli occhi di tutti.
Non sono mai stata così silenziosa. I miei occhi incrociano quelli di un viso notato sull’aereo.
Un uomo, di un fascino strano. Ma non sembra un americano. Seduto da solo ad un tavolo. Lo osservo mentre i miei companeros parlano spagnolo e ridono.
Cosa farà da solo? Chi aspetta? Decido di tenerlo d’occhio.
Lascio ai miei amici ordinare, sono curiosa, mangio tutto. Ordino da me solo una cerveza cubana. Non bevo liquori, non mi gustano. Del mojito non ho alcuna curiosità.
Ma di quell’uomo sì.
Non ha nemmeno un cellulare, guarda il menù. Ha solo un bicchiere di vino.
Mangiamo riso, fagioli, pollo condito con salse. E lui sempre lì con il suo vino.
Per la seconda volta nota il mio sguardo, che come una ladra, nasconde subito gli occhi altrove.
Marianna intanto richiama intorno a sé tre gatti ai quali passa il resto del pollo. Cristina parla e Mauricio, che è per la maggior parte del tempo solo ascoltatore, risponde qualcosa con la sua voce fioca.

Lui, l’uomo è ancora lì. Non ha ancora ordinato.
Paghiamo in cucs, la moneta turistica. E’ tempo di andare. Ma io non posso non gettare una ultima occhiata.
Mi giro di scatto, lui mi guarda, accenna un sorriso ma volge lo sguardo altrove.
Sul suo tavolo ancora solo il vino.
Dobbiamo andare. A me restano mille dubbi e un mistero.

Camminiamo per ore, abbiamo sbagliato direzione. Le strade hanno agli incroci delle pietre con numeri per ricordare al viaggiatore sbadato che anche la vita è fatta di coordinate.
Siamo dalla parte opposta del barrio. E da lontano una flebile luce di una insegna dice “Ristorante Italiano”. Mi viene l’istinto di andare e lascio il gruppo. Attraverso l’incrocio e l’uomo seduto davanti alla porta sta scoltando una radio. Ci guardiamo, lui accenna qualcosa in spagnolo. “Italiana” gli dico, e lui sorride rispondendo “No soy Italiano…”
Avrà capito le mie intenzioni. Riguardo l’insegna con malinconia, e vado via.

Giungiamo a”villa jani”, la minuscola casetta dove alloggiamo verso mezzanotte. Davanti al cancello un cane che dorme, per strada macchine e motorini.
Una Napoli d’altri tempi.

buenas noches mundo.

…fine seconda parte

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