Mia Madre di Nanni Moretti

C’è il fittizio mondo del cinema. E poi c’è la realtà. Margherita (Margherita Buy) è una regista divisa tra due sfere, il lavoro e la vita privata. Sgretolata quasi. Silenziosa e stizzosa. Versione femminile del Guido felliniano di 8/2. Margherita è in crisi, con un film di serie B che non riesce a finire, e che dalle parole del fratello Giovanni (interpretato dallo stesso Nanni Moretti), sembra essere solo ripetizione di tante altre cose: “fai qualcosa di nuovo, di diverso, dai rompi almeno un tuo schema”. Matrimonio fallito alle spalle, e una relazione con uno degli attori del film, conclusa per sua volontà.

Nanni Moretti dirige “Mia Madre” con una leggerezza calviniana – 14 anni dopo “La Stanza del Figlio” – un’altra storia delicata: quella del rapporto madre-figlia e del distacco causato dalla morte.

Cast di attori eccellenti, capaci di portare lo spettatore dentro emozioni, paure, fragilità, che fanno parte in qualche modo, e a tratti diversi, di tutti noi.

La vita di Margherita, ruota intorno a due fulcri: il lavoro – il set con le sue complessità “trenta persone, trenta incapaci”; “Il regista è uno stronzo a cui voi permettete di fare tutto”; le comparse con le facce troppo rifatte e finte – , e il privato – una figlia, della quale la regista non si è accorta del momento di crisi, un fratello che lascia il lavoro da ingegnere e trascorre le ore in ospedale accanto alla madre Ada (Giulia Lazzarini), che con tutte le sue forze vuole vivere, legata ai suoi libri e ai “non ti fermare al primo significato delle parole”.

John Turturro, semplicemente delizioso nel suo ruolo, interpreta il personaggio di un attore americano, “Berry Huggins”, che vaneggia e fa credere – e in fondo ne è convinto anche lui – di un tempo in cui anche Stanley Kubrick era interessato al suo carisma. Ma una frase, urlata all’improvviso nel mezzo di un ciak finito male – “Fatemi tornare alla realtà”- fa comprendere quanto l’illusione del cinema e l’identificazione del sé con il personaggio, possano condurre allo sgretolamento dell’essere, e ad una crisi esistenziale prolungata e forse mai risolta. E la fusione, non sempre negativa, tra personaggi e persone, la si ritrova anche nella scena in cui si festeggia il suo compleanno: Berry (Turturro) si lascia andare in una danza richiamando una scena del film “Passione” (girato a Napoli e diretto dallo stesso Turturro), in cui balla insieme a Fiorello “Caravan Petrol” di Renato Carosone. Il cinema, che innesca il meccanismo di confusione piacevole tra attore e personaggio. Un confuso approccio alla Stanislavski che però la regista del set, continua ad imporne senza poi capirne il perché.

Margherita e suo fratello, si ritrovano ad accudire l’anziana madre, ex professoressa di latino e greco,  esemplare donna adorata dai suoi ex allievi, che alla fine ne dipingeranno un quadro, quasi estraneo e sconosciuto a Margherita, “quella che non si è mai accorta del mondo intorno a lei”, come le fa notare, arrabbiato, il compagno appena lasciato.

Colonna sonora impeccabile: dai noti Philip Glass a Leonard Cohen. Da Jarvis Cocker, musicista e performer della BBC, artista a 360 gradi, a Olafur Arnalds compositore islandese, noto anche per la colonna sonora della serie di produzione britannica “Broadchurch”.

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