Chi ha fatto “Il Turno di Notte”?

Da una Conversazione con Erri De Luca e Paola Porrini Bisson – Nemla Conference Hartford (Ct), March 2016.

Il cortometraggio “Il Turno di Notte lo Fanno le Stelle”, viene girato nell’estate del 2012 dal regista Edoardo Ponti, su soggetto di Erri De Luca, prodotto da una giovane e operativa casa di produzione, con sedi in Italia ed in California: la OH!PEN. Del cast faranno parte Enrico Lo Verso, Julian Sands e Nastassja Kinski, che, citando Erri: “è stata la mia visione dell’ età giovane. L’ho seguita in ogni nuovo film. Incontrarla dopo molti anni di persona è stato un attentato al cuore. Ho resistito e al termine del film non ho conservato il suo indirizzo email.”

Il titolo prende spunto da un verso di poesia di Izet Sarajlic, amico e poeta di De Luca: “Chi ha fatto il turno di notte per impedire l’arresto del cuore del mondo. Noi, i poeti”.

Questa la sinossi del corto: in un reparto di terapia intensiva, una donna ed un uomo soggetti allo stesso destino, dovranno subire un intervento a cuore aperto. Si incontrano e scambiandosi emozioni e paura, e infondendosi coraggio, si promettono una scalata sulle Dolomiti, per inaugurare la seconda fase della loro vita. Il corto racconta il tentativo di mantenere la promessa risalendo insieme il vuoto di una parete: due storie di intervento a cuore aperto e uno spazio condiviso, prima quello angusto ma salvifico dell’ospedale e poi quello all’aperto della vita e della natura.

Erri, chi ha fatto “Il Turno di Notte”? Lo scrittore-prestato al cinema Erri De Luca, la produzione o la regia? Io cito lui, lui cita l’amico poeta di Sarajevo, Izet Sarajlić.

Inizia così una lunga conversazione, avviata con lo scopo di rispondere ad un quesito più tecnico che teorico.

“Il Turno di Notte”, prosegue Erri sorridendo, “devo ammettere è stata opera della volontà incrollabile di una donna.” Infatti, il cinema come macchina produttiva in questo caso ha le sembianze di Paola Porrini Bisson, “dalla instancabile tenacia, che riuscì a mettere in piedi la squadra in tempo per i giorni di luglio, gli unici a disposizione.” Erri spiega e ammette come l’idea visionaria della produttrice si fosse in realtà scontrata con la sua inerzia ed incredulità: “Paola, nonostante la quantità di ostacoli e le difficoltà relative ad un progetto che prevedeva tutto in ambienti reali e non ricostruiti, non ha mai mollato, né tentennato.” Alla caparbia produttrice di origini abruzzesi, si deve l’avvio del progetto, la spinta a trovare coproduttori e finanziatori. “Lei – prosegue Erri- con la sua tenacia, ha creato le basi per la realizzazione di questo piccolo dono.” Ma gli ostacoli, prosegue Paola “non hanno mai modificato la regola di comportamento che condivido e ho condiviso con i miei colleghi: dare il meglio senza rinunciare al sorriso.”

Il progetto, prosegue lo scrittore, “nasce da un incontro con l’attore americano Matthew Modine. Venne a un mio incontro pubblico a New York e alla fine espresse il desiderio di venire con me in montagna. Decidemmo che avrei scritto una storia ambientata nelle Dolomiti, che lui l’avrebbe interpretata e diretta, così ci facevamo pagare la gita”. Ma le cose non andarono come immaginato, e De Luca spiega che Modine si ritiro’, e così subentrarono Nastassja Kinski, Julian Sands, Enrico Lo Verso ed Edoardo Ponti: “Ci trasferimmo a luglio sulle Dolomiti, in Val di Fassa, e in dodici giorni finimmo le riprese, alcune abbastanza difficili in parete. Fu decisivo, oltre alla tenacia di Paola, lo spirito di squadra che coinvolse tutti i partecipanti. Il giorno di riprese sulla cima del Pordoi, dal freddo dell’alba a quello della notte, con le riprese della scena finale, fu una giornata eroica per le maestranze impegnate. Fu merito delle Dolomiti, credo io.” Anche se, prosegue: “La montagna impone le sue regole” – spiega lo scrittore – “e tutti obbediscono […] all’ordine del giorno”. Allo stesso modo, il set è un lavoro di squadra, ma soprattutto di “ordini del giorno”, dove si stabilisce in partenza un programma dettagliato di scene da girare. Nel caso di luoghi all’aperto, si prevedono possibili cambiamenti dovuti anche al clima, optando in questi casi per i “cover set”, luoghi pronti per essere usati in caso di cattivo tempo o indisponibilità di un attore. Ovviamente, in uno scenario naturale come la montagna, l’imprevedibilità del tempo è una costante. Ma Erri sorride, e continua “Le Dolomiti sono state buone con noi, dunque, il merito è anche loro se tutto è andato bene”. Il cinema è lavoro di squadra, di organizzazione e anche capacità di prevedere l’imprevedibile. Il set è una catena di montaggio, dove ognuno ha precisi incarichi, ma dove ognuno ha anche la responsabilità morale di compiere il proprio lavoro nel migliore dei modi. Tutti alla fine sono al servizio del film. De Luca continua: “Conosco poco il cinema, chiedo se così va anche in altre produzioni con lo spirito di squadra […]. In realtà, tra noi si è creata non solo una sorta di coinvolgimento emotivo, ma anche e soprattutto una volontà comune di mettersi al servizio di una storia che piace a tutti”.

Come e quando nasce questo progetto? “Scrissi “Il Turno di Notte”, prendendo spunto dalla vera storia di un alpinista che ritorna a scalare dopo un trapianto di cuore”.

Il cortometraggio di Edoardo Ponti, abilmente ridefinisce non solo un’idea spaziale ma soprattutto il concetto di dono, così come concepito dallo scrittore partenopeo, che citando un antico verso ebraico, sempre con un sottile filo di voce, spiega che “una singola offerta ti verrà restituita in molti giorni, ti verrà rimborsata incalcolabilmente di più.”

E’ quello che è avvenuto anche, con questo che la produttrice Paola Porrini Bisson definisce “un piccolo gioiellino”: “Il Turno di Notte” mi ha restituito molto più di ciò che ho investito, non parlo ovviamente in termini economici, ma in termini di rapporti umani, di amicizie, di collaborazioni. E’ sembrato quasi che il dono della vita rappresentato attraverso le due storie, abbia in qualche modo restituito ad ognuno di noi della produzione e della troupe, una visione diversa del lavoro di gruppo.”

Così, anche il cinema diventa sia nelle parole della produttrice che di Erri un dono: “sono uno spettatore entusiasta di cinema. E’ stato il più’ bel dono fatto al 1900.”

Il dono della scrittura, che per De Luca rappresenta un ponte tra la realtà e la finzione, tra la storia, quella che inghiotte tutti e le storie private, assume nel discorso cinematografico una diversa visione. Infatti, come Erri stesso spiega, la scrittura per il cinema è sempre un prodotto intermedio inserito in una macchina che passa da una competenza all’altra, fino all’ assemblaggio definitivo. Non ha la responsabilità della scrittura narrativa, che una volta consegnata all’editore diventa definitiva. Resta un semilavorato soggetto a modifiche fino all’ultimo ciak: “mi diverte immaginare scene. Mi vengono facilmente i dialoghi, le situazioni. L’ultima che ho scritto riguardava un fumetto giapponese di alpinismo che un produttore francese voleva trasformare in film di animazione. Ho scritto, consegnato, sono stato pagato e non ho saputo più niente.” In realtà, nell’immaginare una storia e nel metterla su carta non penso mai a una trasformazione in film. A differenza degli scrittori del dopoguerra che scrivevano romanzi sperando di essere comprati da un produttore, non credo di fare un buon servizio al lettore con la cessione dei diritti cinematografici. Perché il film mette sul libro una versione definitiva d’immagini e suoni, togliendola all’immaginazione di chi legge. Il Gattopardo avrà per sempre il faccione ingombrante di Burt Lancaster.”

Erri De Luca ha con la scrittura cinematografica un rapporto in punta di piedi, di rispetto, ma distante. “Non ambisco a sceneggiare le mie pagine. Se il produttore lo ritiene necessario, va bene, vuol dire che gli serve un mio coinvolgimento. Ma se non gli interessa, com’è stato il caso de Il peso della farfalla, acquistato da un produttore italoamericano, mi fa piacere non immischiarmi.”

La differenza tra scrivere un libro e scrivere una sceneggiatura, si trova nell’essere al servizio di un prodotto che prende strade diverse, pur partendo dalla stessa mano. Scrittura ruvida, che richiama le pareti di una montagna, ma anche il lavoro manuale di un operaio o di un cesellatore. La scrittura cinematografica è, come afferma Erri “molto più essere parcella”. Il lavoro definitivo lo vedi attraverso gli occhi del regista. Nello scrivere una sceneggiatura, infatti “ci si mette al servizio di una trasformazione, di una resa delle parole in tutt’altro. Nel caso di un racconto so che la storia è mia, parte da me e termina nelle migliaia di immagini create dal lettore. Io dono una storia, i lettori la personalizzano, la consumano, la assorbono, magari la rifiutano pure. Nel caso di una sceneggiatura, la storia parte da me, ma il lungo viaggio termina nella visione del regista, per cui la mia storia si mette al servizio di un altro…la si affida ad un’altra corrente.” Quella trasformazione che Pasolini definiva “scrittura che diventa un’altra scrittura.” E che Erri definisce “una traccia, un disegno su un foglio, scala 1 a 20.000. Non è l’ultima parola, neanche la penultima, serve più al produttore che al regista. Alcuni ne fanno perfettamente a meno. Mentre la scrittura ambisce a essere definitiva, una sceneggiatura è solo una scrittura di servizio.”

Succede poi che, com’è capitato per il lungometraggio “Tu, mio”, tratto dall’omonimo romanzo, che De Luca, si rifiuti di collaborare: “Dissi di no per un semplice motivo, non volevo vedere al cinema quella storia per me molto personale. Poi Caia è morta, poi ho cambiato idea, ma era tardi”. La vicenda di De Luca prestato al cinema risale in realtà già ad alcuni anni fa, quando la produzione Bianca Film di Donatella Botti, affidò a De Luca e a Francesca Comencini la stesura della sceneggiatura di “Montedidio”. De Luca prosegue: “Il progetto non decollò, noi scrivemmo la sceneggiatura ma non si trovarono altri produttori”. Ma “Montedidio” volò oltre, ed interessò a dei produttori israeliani. Così su loro richiesta contribuii a scrivere un’altra sceneggiatura. Ma anche lì niente ne venne fuori”.

Tornando alla macchina produttiva, la realizzazione del cortometraggio si deve anche all’attenzione e alla sensibilità di due grosse ditte Italiane: Pasta Garofalo, azienda produttrice di Gragnano in provincia di Napoli, e la ditta Montura, specializzata in abbigliamento per appassionati di alpinismo e outdoor, con sede a Rovereto, Trento. De Luca prosegue: “Ci rivolgemmo a loro per precedenti rapporti personali. Pasta Garofalo aveva già prodotto Di la’ dal vetro, il cortometraggio girato a casa mia, distribuito poi da Feltrinelli. Roberto e Silvia Giordani di Montura sono buoni amici, da tempo interessati a partecipare a produzioni di storie che si svolgono in montagna.

Il “product placement” ha dunque giocato un ruolo importante nella realizzazione del cortometraggio. Introdotto nella legislazione italiana con il “decreto Urbani” nel 2004, è uno strumento che ha legittimato l’utilizzo di comunicazione commerciale all’interno dei film. Ovviamente, non è questo il luogo di trattare l’argomento dal punto di vista legislativo, ma ciò che preme è dimostrare come l’incontro tra marketing e arte, anche se non sempre è stato visto come soluzione allo sviluppo di una potente rete socio-culturale, nel caso del cortometraggio, invece, il connubio ha funzionato.

Insieme alle due ditte con marchio italiano, altro grande sponsor è stata la Film Commission del Trentino, operativamente attiva da anni, che come altre Film Commission presenti nelle varie regioni italiane, offre servizi di supporto nell’individuazione di soluzioni logistiche e tecniche, sopralluoghi, contatti con autorità locali, con ampi database di maestranze locali.

La nostra chiacchierata termina qui, ritornando però per qualche minuto al concetto di dono, essenziale elemento nella scrittura di De Luca. “L’economia sovversiva del dono”, del gratis, dello spariglio che riceve in cambio una restituzione gigantesca”: il corto racconta la storia di un trapianto, e dunque di un dono. Così come il lavoro di squadra, finisce per diventare uno scambio tra professionalità varie: tra il regista, lo scrittore e in questo caso sceneggiatore Erri De Luca, la produzione e l’intera troupe. Ed è questa, come conclude Erri, “la vera economia del dono, quella che butta gambe all’aria i pareggi di bilanci, le partite doppie “dare e avere”, grazie al gratis…perché si tratta del dono, da vita a vita.”

 

 

 

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