Dov’è la Libertà?

Per molti anni, il silenzio intorno alla questione ebraica, diventa per il cinema italiano assordante e insormontabile. In relazione all’Olocausto, sarebbe doveroso chiedersi in che posizione si colloca la produzione cinematografica di Roberto Rossellini. L’assenza di un dibattito intorno alla tragedia degli ebrei, alla loro deportazione, e allo sterminio di massa, fa da sfondo, infatti, non solo alla società italiana degli anni post-guerra, ma anche al mondo del cinema. Nell’analizzare la cinematografia del regista romano, pur emergendo da essa una profonda e lucida attenzione agli eventi, alla storia e alle tragedie, qualcosa sfugge, o perché non tutto è possibile raccontare o perché anche quel cinema che può raccontare il reale, in realtà ha i suoi limiti. Il silenzio che avvolge la questione ebraica, colpisce, infatti, lo stesso Rossellini che sembra non voler entrare nell’argomento. Nell’episodio del film PaisàIl Protestante e il Cristiano – la figura dell’ebreo è solo accennata, dal momento che si vuole sottolineare l’effetto esagerato delle reazioni dei monaci cristiani italiani pronti a salvarne le anime invocando la conversione.

La questione dell’ebreo al cinema  – quelli che Guido Fink definisce “gli invisibili” –  (83), ricopre soprattutto negli anni post guerra, una funzione fantasma, in cui lo spettatore ne avverte la presenza senza riconoscerne il ruolo e l’importanza. Per quanto riguarda, difatti, una cinematografia mondiale, la caratteristica dominante risiede nel fatto che la tragedia ebraica non viene mai trattata come tema principale, ma al contrario, le  viene invece assegnata una funzione marginale. La tragedia ebrea, diviene  “un ostacolo di natura etica che almeno fino agli anni ’80 si considerava quasi insormontabile: la liceità della rappresentazione sullo schermo della morte di massa (Pezzetti 8).

Rossellini fa un passo avanti rispetto all’episodio di Paisà, nel 1952 con il film Dov’è la libertà?, dove però la questione della Shoah viene presentata en passant e l’ebreo rappresentato secondo lo stereotipo classico di figura spettrale sospesa in un limbo. Girato subito dopo le riprese di Europa ‘51, per conto del produttore Carlo Ponti, Dovè la libertà? viene considerato di secondaria importanza e poco studiato. All’interno del rapporto cinema-storia e nello specifico, cinema-olocausto, sembrerebbe non rientrare nella logica di film testimonianza, piuttosto, nel filone del cinema-specchio della società.

Continua a Leggere su Rivista Luci e Ombre Anno_IV, Numeri_1, Numero_1_Anno_IV

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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