“Andremo in città”

Se il viaggio di Primo Levi in “Se questo è un uomo” è una discesa agli inferi senza ritorno, dove la tragedia dell’Olocausto viene raccontata come un dettagliato travelogue, gli undici racconti di Edith Bruck riuniti nel volume “Andremo in città” del 1962, sembrano vari spezzoni di film legati da una serie di elementi che in maniera costante ritornano e lasciano tracce, a volte sottili, a volte evidenti.

La letteratura testimoniale in questa occasione ha il volto di una ragazzina (tranne nel racconto “Silvia”, dove il narratore è un bimbo non ebreo), ha gli occhi di adolescenti, ha il sapore della casa e dei luoghi familiari e di quello che sembra dare sicurezza. La tragedia è però custode delle piccole cose, si infila nelle sottili azioni quotidiane che diventano fili spinati man mano che i giorni proseguono.

Se il viaggio di Levi è oltre quel filo spinato, quello della Bruck resta al di qua, ma non privo di dolore e di angoscia del vivere: se la casa può sembrare il luogo sicuro, in realtà anche tra quelle pareti può essere presente il senso tragico delle cose.

Ci sono delle costanti che ad una lettura più attenta ritornano, diventando quasi dei piccoli segnali di collegamento tra una storia e l’altra, come il cibo, di continuo chiamato in causa[1]:

“la mamma allora faceva tutto il possibile per dargli da mangiare più di prima” (11), “avevamo appena finito di inghiottire l’ultimo boccone della magra cena” (20), “sedemmo nella cucina e aspiravamo l’odore della minestra di fagioli e carote” (69).
Esigenza primaria, elemento di sopravvivenza, nei campi di concentramento il cibo ha il peso dell’oro, è più importante “della luce”, così come afferma la protagonista di uno dei racconti: “il pane è più importante, tu cosa sceglieresti tra i due il pane o la luce?” (111).

Tra i rapporti di punizione ritrovati, ce ne sono alcuni che riguardano la punizione di prigionieri appartenenti alla “organizzazione del nutrimento”. […] il prigioniero nr. 158501 fu condannato a lavorare sotto controllo, dieci domeniche di seguito, per aver mangiato gli avanzi del pane destinati ai porci; […] il prigioniero Albert Aelion fu punito per aver rubato cavoli crudi[2].

Nel racconto “Una sorpresa” non c’è pane, non c’è cibo ma “un armadio pieno” (54) di bottoni che, se nella battuta della protagonista diventano possibile elemento commestibile: “finiremo col mangiarli perché nessuno li vuole” (54), in “Andremo in città”, film di Nelo Risi del 1966 (tratto dall’omonimo racconto), all’esclamazione di Ivan “Ho una fame…”, Lenke prende dalla tasca un fagotto e porgendo qualcosa al giovane dice: “Succhia un bottone” (00:25:00). L’immaginazione è una spinta alla sopravvivenza.

Insieme al cibo, altro dettaglio non irrilevante sono le scarpe:

“Portò un paio di scarpe per ciascuno di noi” (13), “non pulirò le tue scarpe sfondate neanche per un pengo” (21), “nostra madre aveva tolto le mie scarpe dalla stufa dove le aveva messe ad asciugare” (27), “correvamo su e giù per le stanze in stivali di gomma così grandi che la mamma decise di metterli da parte per quando saremmo cresciuti” (62).

Da letture ed articoli sappiamo che i prigionieri nei campi di concentramento erano continuamente sottoposti alla razzia di indumenti e scarpe, costretti a lavorare a piedi nudi nel fango o “dormire ancora una volta ai piedi del letto” (21). E, si potrebbe supporre, che ad essi in fondo sia dedicato anche il racconto “In fondo ai piedi”. Piedi e scarpe. Senza gli uni le altre non hanno senso e senza scarpe i piedi, pilastri del corpo, soffrono per primi le pene, perché, come afferma Erri De Luca “sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato. E chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta”. In fondo ai piedi c’è però un senso profondo di caldo e di unità: “io all’età vostra ero felice di dormire ai piedi dei miei genitori” (22), ma finanche paura che il tempo porti via ciò che si ama e allora meglio “cacciarli in fondo al letto, dove non possono crescere” (24) e forse più che altro, cercare di postporre quanto più possibile la coscienza tragica del dolore.

[1] Il cibo, elemento essenziale e di sopravvivenza, ricorre puntuale in ogni racconto: “c’è sul comodino una tazza di caffellatte con poco latte perché non vogliono farci credito e con la saccarina perché lo zucchero è finito” (29), “mia madre ogni giovedì era molto preoccupata della sentenza dello schaychet, se era lo schaychet in casa mia non si mangiava” (37), “chi va a prendere per noi il pasticcio di carne e fagioli al forno” (55), “Il banchetto doveva essere bellissimo […] polli interi, dolci, oche arrosto” (79).

[2]Informazioni tratte da: http://auschwitz.altervista.org/portal/index.php?option=com_content&view=article&id=48&Itemid=56

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