L’altra costiera…

 Tratto da “L’altra Costiera” in Bc – rivista della Fiab

 di E. Iadevaia

“Era già ingobbito dagli anni il “grande vecchio”, quando sul sagrato della chiesa mi raccontava delle sue pedalate. Di come la Costiera gli aprisse le braccia. Aveva una Taurus. Telaio in acciaio, sella in cuoio, freni a bacchetta, manubrio alto. Partiva di buon ora, con delle mollette attaccate ai pantaloni a sbuffo”. Vito Corvino, il ciclista-professore, inizia con questo racconto la nostra pedalata in Costiera Amalfitana. Terra di mare, rughe e sale.

Statale163. Serpentone costiero stretto in alcuni punti, insidioso, tra strapiombi, tunnel e curve, per i turisti auto-muniti. Donna affascinante, 50km di colori e tanti vantaggi per chi la percorre in bici: puoi infilarti ovunque senza problemi e fermarti in ogni angolo per curiosare, mangiare un “limone pane” oppure bere il succo alcolico dello “sfusato di Amalfi”. La Costiera, per viverla “fuori cartina”, devi armarti di curiosità, gusto della scoperta e un pò di avventura.

Il “prof.” dà un allungo, mi prepara alla salita del porto di Salerno. Arrancando, tocchiamo Vietri, marchiata e colorata dalla fabbrica di ceramiche Solimene, l’unica opera italiana di Paolo Soleri, allievo di F.L.Wright. Da buon gregario taglia il vento, ma, in realtà, è il capitano di questo viaggio. Senza alzare gli occhi, la mano destra lascia il manubrio indicando l’alto: “C’è un borgo. Fazzoletto di casette intonacate con i tetti a volta. È Albori, se ti capita di salirci vedrai facce rigate dalla fatica della terra e del mare”. Ma io già so di trovarle a Praiano quelle facce, dal maestro Sandulli. Vento contro ma si continua. Alle spalle lasciamo la Torre della Crestarella e curve che attraversano un teatro di limoni. “Quella Torre è parte di un sistema difensivo voluto dagli spagnoli. Lì sotto c’è una spiaggetta. Ma solo se ti diverti nei percorsi ad ostacoli puoi godertela!”. Fra poco raggiungeremo Cetara, con le sue tonnare. Tutto il pescato è già venduto ai giapponesi. “Il sushi, a Tokio parla cetarese!”, commenta il capitano. Nasse, cime, reti e voci. Suoni di un dialetto che è ricco di termini bizantini ed arabi. Le tradizioni, il quotidiano, continuano in buona parte ad esser scandite dai tempi della pesca. Le giornate sanno di tonno, alici e sale. Con le bici seguiamo un percorso “punteggiato di paesini nati da un sussulto della terra, con case bianche di luna, con il mare come una piazza”, scrive Alfonso Gatto, nato da queste parti. “In Costiera cammini tra mare e monti. C’è un sentiero, quello di Montepiano, che conduce ad un pezzo di medioevo, Santa Maria de Olearia”. Una chiesa rupestre nascosta nella roccia che non è facile notare al primo sguardo. “Sai perché si chiama così? I monaci avevano all’interno un frantoio per la produzione di olio”. Da queste parti abbazie, chiese ed eremi hanno precise identità. L’abbazia di Santa Maria ad Erchie, altro borgo di pescatori, aveva persino il diritto di porre tasse sul pescato. Da lontano, intanto, scorgiamo il promontorio di Capo d’ Orso, da dove, se si è fortunati, si vede il Falco Pellegrino. Le forme dei paesaggi che incontriamo sono tante ed ognuna ha una sua funzione. Vito mi spiega che i tetti a volta servivano a raccogliere la pioggia che si conservava nelle cisterne. I frangivento -in legno e con teli verdi o neri- proteggono i limoni dalle gelate invernali e dal vento di mare. I terrazzamenti coi muri a secco, necessari a creare terreno da coltivare. Le strette gradinate, che oggi collegano le “marine” con i borghi posti in alto, un tempo rallentavano gli attacchi dai saraceni. Qui, ogni cosa che sa di scenografia, ha in realtà una sua ragione d’essere. In questo enorme giardino, il bello viene dall’ utile. Le vedute da cartolina sono solo il tributo romantico ad aspetti pratici e reali. Anche ai piedi del cimitero di Maiori, trovi la leggerezza mediterranea del vivere in una lapide dove si legge “Campusantiello piccereniello stai faccefronte a chest’onne…”. Versi di quel E. A. Mario, paroliere anche de “La leggenda del Piave” e di “Tammurriata nera”. Tra uno scatto di catena ed un filo di malinconia, Vito riprende: “Mio padre mi fece assaporare il fascino della Costiera da piccolo, quando mi portava dai Monti Lattari verso Atrani”. Il paese fatto di vicoli e scale. Dove non si dice “vieni o vai” ma “sagli o scinni”. La stessa domanda che ti fai quando osservi le prospettive di Esher che in quei vicoli e in quelle scale ha camminato. Zigzagando tra auto e bus turistici, proseguiamo in fila indiana: alla Amalfi del turismo di massa dedichiamo solo un pensiero silenzioso. Uno scatto e il mio amico prende le distanze. La strada si snoda dal bivio di Vettica e, salendo giunge fino a Furore, il paese del fiordo e dei murales. Al bivio il “prof.” rallenta, si volta: “giù Praiano. Su Bomerano. Dove scelse di vivere Gugg, un mio amico tedesco. Aveva sempre con sé una tavolozza per dipingere un cancello, una barca o qualsiasi cosa che potesse smuovere la sua curiosità. Amava la nostra cucina. Era esperto di spaghetti al cartoccio. Ma memorabili restano i suoi gianchetti al sugo di gallinella di mare”. Scendiamo a Praiano. Il viaggio insieme termina. Io sto per intraprenderne un altro. A colpi di pedale, il capitano se ne sale verso Montepertuso. Sorridente, si gira. E non so se per burlarmi o salutare, canticchia “Oje bella, viéneténne a Positano addò’ ll’uocchie cu ‘e suonne ‘ncantàte se pònne guardà”.

Il bici-viaggio tra volti reali e di terrecotte.

 La Torre “Sciola” è visibile dalla strada. Mi attende il suo guardiano, il maestro Paolo Sandulli. La scalinatella ed un viottolo aprono al cielo e al mare: la Torre normanna è suo studio e rifugio. Tra profumi di rosmarino, lentisco e limone. E’ qui che trovi tutti i volti della Costiera, plasmati nella terracotta. Volti assolati, pieni di vita. Pescatori e donne semplici, dalle chiome importanti, di spugna marina colorata. “Erano gli anni ’70. Si viveva un momento di passaggio: la spiaggia e i pescatori diventavano sempre piu piccoli. Qualcosa stava finendo ed io come guardiano della Torre sentivo che dovevo testimoniare questo cambiamento. Così ho iniziato a raccontare attraverso la pittura e le terrecotte, facce di pescatori, donne di mare, vecchie tecniche di pesca, come si viveva questa realtà. Dei pescatori delle zone nessuno si era veramente occupato. E’ stato sempre il paesaggio al centro di tutto. Ma chi ha costruito questa Costiera, con i muri a secco, le pietre, chi l’ha resa così attraente non è mai stato protagonista di nulla”.

La vista spazia da Punta Licosa a Positano con l’arcipelago de Li Galli. Un luogo, tutti i luoghi. Un volto, tutti i volti. Ada che attende il ritorno del pescatore, Guarracino, “che jev pé mare..”, “Pascalotto che non sogna più murene o gamberetti ma di friggere quel totano a cerchietti…”, Minarella, che sorridente corre e saltella, Nicola, “detto ‘Cola che mai dal mare esce e tutti lo chiamano Colapesce.” Mille facce appoggiate ad una parete. Incastrate in un angolo di cielo. “Stanno in fila su una mensola – il maestro sorride delicato, poi prosegue – in fila come sul muretto del paese, dice il mio amico Amedoro”. Qui raggruppato vedo tutto un mondo difficile da incontrare. Visi che solo nei paesi del Sud ti scorrono davanti come una pellicola anni ’50. “Racconto storie e facce. Facce arcaiche che potrebbero appartenere all’ Antico Testamento. Ci puoi ritrovare i turchi, i greci, i normanni, con i loro occhi chiari”. Volti duri, dolci, affaticati, interrogativi. Pensierosi, assolati. Colorati, che evocano storie lontane. Volti rigati, arsi, baffuti. Volti maschio e volti femmina. Matrie protettive, corpose, sinuose. Femmine, come la Costiera. La pedalata tra storie, volti e colori, termina qui. Termina tra i versi di una poesia e il sapore di un limoncello.

il bici-viaggio “fuori-bici”.

Da Maiori, legata la bici ad un carrubo, salendo attraverso scale ed un irto sentiero, si arriva al Santuario dell’Avvocata. Dall’alto si potrà ammirare tutto il golfo, da Punta Licosa a Positano e sembra si possa toccare Ravello, con la moderna e bianca sagoma dell’ Auditorium di Niemeyer.

L’ideale sarebbe andarci il lunedì di Pentecoste, quando il grande popolo della tammorra sale a rendere onore alla Madonna dell’Avvocata e ballare la sua tammurriata. Danza di sfida. Si mima la lotta tra i pescatori e gli invasori saraceni, quelli che dal ‘500 hanno diviso in due la costiera: la marina per lavorare e la costa per dormire e difendersi. Decine e decine di persone formano un cerchio, tutto si svolge all interno di questa forma mistica composta da suonatori e cantatori. E’ l’unica tammurriata che si suona con piu tammorre, tamburo in pelle di capra che viene dai romani o forse anche prima. Il cantatore più anziano dà il richiamo distendendo la voce. I ballatori entrano nel cerchio, l’ avvocata si dovrebbe ballare tra uomini. Perché è tra uomini che si lancia la sfida. Ma oggi tutto è permesso. Il cantatore inizia. La tammorra anche. Lenta, ritmata, tribale. Castagnette, tammorre. Tammorre, castagnette. La pancia risuona, il corpo balla. E questa è l’avvocata. Per concludere e riposarti, puoi sederti a qualsiasi tavolata, bere a qualsiasi bicchiere che ti offrono e mangiare da qualsiasi brace che cuoce. Carne, vino, musica e la Costiera sotto.

Se invece di salire, con ancora la bici legata al carrubo, vuoi scendere, ti trovi nel mezzo di un fiordo cinematografico. Furore è il mondo dei tagli incisi nella roccia, dove dal fragore delle onde nasce il nome: Terra Furoris. Furore è un viaggio nella storia del cinema. E così, il cicloturista diventa cineturista. Il 1948 è l’anno della vittoria al tour di “Ginettaccio” ed è l’anno in cui Roberto Rossellini e Anna Magnani resero questo luogo un set. Nel borgo dei pescatori, la Magnani acquistò per sé e il regista, uno degli abbandonati “monazeni”, case-deposito dei pescatori, e lo ribattezzò “villa della storta”. Molti sono i racconti, reali o coloriti, che girano tra questi anfratti sul loro conto. Si dice che qui Ingrid Bergman fece naufragare l’amore tra i due. Raccontano che una sera mentre gustavano i piatti di Donna Letizia, Nannarella come una furia scaraventò su Rossellini i “ferrazzuoli” ai pomodorini di “piennolo”: aveva scoperto uno scambio di telegrammi con l’attrice svedese. Chissà, forse nel silenzio di certe sere, se aspetti e osservi le lunghe scale ascendenti, con la chiesetta in alto, potrai scorgere “Nannina” con la sua capretta, che piange disperata. Sembra tutto come in una cartolina. E allora ci si chiede se quei pescatori che sistemano le reti non siano semplicemente attori, scenograficamente messi lì. O se davvero i loro pensieri siano altrove, noncuranti di sguardi curiosi e di scatti immortalati da un click.

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