Saba e il visivo architettonico

Potrei dirti di quanti gradini sono le vie fatte a scale, di che sesto gli archi dei porticati, […] Non di questo è fatta la città, ma di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato […] Di quest’onda che rifluisce dai ricordi la città s’imbeve come una spugna e si dilata. […] Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano. (Zaira, da Le città invisibili, Italo Calvino)

Se come afferma Italo Calvino “la città non dice il suo passato” ma “lo contiene come le linee d’una mano”, allora in Umberto Saba questo passato è pienamente contenuto in quelle sue poesie dove la Trieste della memoria e quella della realtà, si fondono:

La mia città che in ogni parte è viva / ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita / pensosa e schiva. (Trieste)

Qui tra la gente che viene e va […] io ritrovo, passando, l’infinito / nell’umiltà (Città vecchia)

C’è a Trieste una via dove mi specchio / nei lunghi giorni di chiusa tristezza (Tre vie)

La città di Saba è un miscuglio di emozioni e presenze architettoniche e di memoria più che mai determinanti: casa, collina, porto, mare, via, muricciolo, camposanto, borgo; “un cantuccio in cui solo siedo”, “una via dove mi specchio”, “la via dei santi affetti, della gioia e dell’amore”.

Per il poeta triestino, le parole delle poesie si sovrappongono, venendo a coincidere, con la rappresentazione reale e simbolica di una determinata realtà. L’aspetto architettonico sembra essere elemento peculiare non solo nelle sue poesie ma anche nella sua prosa. Ne “Il ghetto di Trieste nel 1860”, Saba così come nel descrivere la città nel suo complesso, associandola a memoria ed emozioni, allo stesso modo, “il ben amato ghetto pieno per essi di intimità e memorie” (Saba 25), diviene immagine speculare di Trieste. Di una Trieste simbolica: Il ghetto o il borgo, rappresentazione di uno stato d’animo e di una appartenenza:

fu come vano / sospiro / il desiderio improvviso d’uscire / di me stesso / di vivere la vita / di tutti, / d’essere come tutti / gli uomini di tutti / i giorni (Il borgo)

La città che contiene in se il borgo/ ghetto, è nello stesso tempo prigione ed evasione. Trieste, “porto di mare” e miscuglio di razze, “di merci ed uomini”, dove “prostituta e marinaio” e la “giovane impazzita d’amore, son tutte creature della vita”.

Una città, un borgo, un ghetto che non annulli dalla mente, e allo stesso modo di una ragnatele nelle cui intelaiature resta impigliata ogni cosa, Saba tesse la sua scrittura su un reticolo fatto di architettura e memoria. E così citando ancora Calvino,

Anche a “Trieste”, città triste, corre un filo invisibile che allaccia un essere vivente a un altro per un attimo e si disfa, poi torna a tendersi tra punti in movimento disegnando nuove rapide figure cosicché in ogni secondo la città infelice contiene una città felice che nemmeno sa d’esistere (Raissa, da Le città invisibili, Italo Calvino)

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