Pessimismo e coscienza del sé

Il riaffermarsi dell’identità e nello stesso tempo la consapevolezza che ebraicità non è solo appartenenza religiosa ma un modo di essere, sono il filo rosso che caratterizza “Giacomino” di Antonio Debenedetti, “un uomo – come scrive Montale – a cui piaceva vivere negli interstizi della cultura e della storia”[1].

“Giacomino” è un gioco di sospensioni della memoria, un viaggio denso di aneddoti, intessuto di personaggi, è un narrazione per frammenti e in tal senso sposa la brevità del racconto con la delicatezza del parlare di qualcosa di sé, dove l’autore-figlio non usa mai l’appellativo “padre”. Il tutto attraverso lo sguardo incantato di un bambino.

Lo scrittore, la cui discreta presenza rappresenta alla fine la voce della memoria, inizia il viaggio con un emblematico incipit: “in principio era il risveglio” (7), con il richiamo profondo ai testi sacri, a quel Bereshit ovvero “in Principio”, riportato dalla Bibbia ebraica a cui si rifarà Giovanni all’inizio del suo Vangelo.

Un risveglio che in qualche modo potrebbe rappresentare la contro-faccia di ciò che non vi fu nell’intellighenzia italiana di quegli anni: Giacomino Debenedetti fu un intellettuale troppo complicato per essere un giornalista e troppo giornalista per essere un intellettuale. L’incipit d’apertura è un grido, un colpo secco a quell’ “oscuro senso di colpa di una società che non aveva mai concesso nulla a Giacomo Debenedetti” (326), comunista ed ebreo, “in anticipo di molti anni su inquietudini più tardi largamente diffuse nella sinistra italiana” (197).

Antonio, scrittore-figlio, che sente il bisogno di rivendicare il suo punto di vista raccontando attraverso la solitudine e la sfida, anche quei luoghi della memoria dove la morte viene in qualche modo posticipata, ossia la biblioteca: Giacomino” “percorrendo ogni giorno un incerto sentiero in mezzo ai prati, raggiungeva a piedi la bella villa e la biblioteca di Pietro Pancrazi. E qui, fumando tutto quello che trovava […] aspettava la libertà […] (102). Una resistenza intellettuale e solitaria, ma impegnata, quella di Debenedetti, che “aprendo gli occhi furioso contro le paventate imperfezioni della sua intelligenza e angosciato di tutto quanto comportava il suo stesso essere ebreo” (8) e con un’ “agonia accompagnata dai fantasmi del fallimento e del dubbio” (197), rappresenta l’intellettuale combattuto tra la troppa profonda coscienza del sé e la reazione verso un mondo fatto a pezzi, dove la conoscenza e l’etica sembrano essere dei monoliti privi di importanza e dove l’unica colpa è “il male di scrivere troppo bene” (199).

[1]In “I. Svevo e E. Montale”, Carteggio, a cura di G. Zampa, Milano, Mondadori, 1976, pp. 145-14.

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