Coscienza e visione

All I seemed to be doing was climb / Wasn’t looking for any special assistance / Not going to any great extremes / I’d already gone the distance /Just thinking of a series of dreams.  (Bob Dylan – Series of dreams)

“Tu Zeno sei diverso, perché sei colto, ma questo non deve impedirti di vivere”: è nelle parole di Giovanni Malfenti il punto centrale del film (1:02:06). A mio avviso, in questo coup de theater c’è il capovolgimento delle prospettive film – romanzo.

Francesca Comencini è sottile nell’adattare “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo: sceglie non a caso due capitoli specifici (con punte di riferimento anche al resto) -“Morte di mio padre” e “Matrimonio” – compressi artisticamente in una visione che passa dal teatrale allo psicologico, con una delicatezza e con una artisticità non frivola e non senza valore.

La sofferenza e la malinconia di Zeno Cosini seguono da vicino una sensibilità, profonda e pura, come si evince nelle parole di Giovanni Malfenti, e rappresentano la punta di diamante di una personalità che si discosta del tutto da quella raccontata da Svevo.

La regista utilizza un “linguaggio della luce” – parafrasando Vittorio Storaro – dove tutte le sue componenti esprimono non solo visivamente le azioni dei personaggi ma sottolineano la psicologia dei vari caratteri.

Potremmo a questo punto giocare con la parola “visione”: sia la regista, che i personaggi che gli spettatori, sono dei visionari, nella doppia accezione di: atto del vedere intorno a sé (ad esempio lo sguardo di Zeno sul mondo che lo circonda e per simmetria lo sguardo della regista filtrato attraverso la mdp e di conseguenza quella dello spettatore; quest’ultima, paradossalmente, immagine di una immagine) e di percezione di immagini nel sogno: le varie scene in cui Zeno è con suo padre –pensieri, sogni, visioni?- e per contro la tecnica utilizzata dalla Comencini per sviare lo spettatore, come le deformazioni create dallo specchio all’inizio, esempio di visionarietà e di sogno (1:49 – 1:58), dove lo spettatore si trova ad osservare scene in bilico tra realtà e irrealtà.

L’adattamento cinematografico gioca in questo caso un ruolo particolare. Il romanzo, dai tratti avanguardistici per la sua non linearità cronologica e per il suo gioco di analisi interiore, viene scrutato, analizzato a sua volta e ricomposto registicamente, secondo una visione di Zeno completamente diversa: ci si trova ad osservare un personaggio che osserva se stesso attraverso il rapporto con gli altri.

Lo Zeno Cosini del film è combattuto perché non compreso, è un personaggio colto ma ai margini della società, insicuro in un mondo di insicuri che però vanno avanti. Quello del romanzo è uno Zeno “borghese piccolo piccolo”, un outcast, incapace di decidere. Ma questa indecisione, presente anche nel film ha, secondo un mio parere, diversa valenza, è legata alla paura dell’altro, al confronto. Esemplare a mio avviso la scena iniziale (1:03 – 1:34) dove il giovane osserva il padre sofferente, prova a dargli conforto, ad accarezzarlo ma le azioni sembrano soffocate, bloccate.

Una scena di pietà come davanti ad un Cristo morente.

Frame film "Le parole di mio padre"Lamento sul Cristo Morto / Andrea Mantegna

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