Strategia del ragno

Uno sguardo al film di Bertolucci “Strategia del ragno” (1970).

“Voglio essere un orfano” era uno slogan del ’68. Bernardo Bertolucci che dalla ribellione di quegli anni ha acquisito pregi e difetti, fa suo questo motto unendo inconsciamente, nel suo cinema, aspetti pubblici e privati. “Strategia del ragno”, film del ’70, liberamente ispirato al racconto di J. L. Borges, “Tema del traditore e dell’eroe”, sembra contenere già nel titolo l’idea del complotto e del doppio. Ma una metafora sarebbe troppo ovvia forse. In realtà, quel titolo potrebbe contenere tutto e niente. In una lunga chiacchierata lui stesso dirà che quel titolo è come un suono, venuta fuori come vengono fuori le arie musicali. Il cinema di Bertolucci è un continuo fluttuare tra inconscio, irrealtà, visioni. E allora come disbrogliare questa matassa? Accettando il gioco, la strategia. Perché i personaggi di Bertolucci così come i suoi spettatori, sono allo stesso modo parte di una strategia.

Il film si apre con le immagini dei quadri del pittore naif Ligabue[1], scene dal forte potere evocativo, in cui sono rappresentati animali, sia domestici sia esotici, in situazioni di quiete o di tensione, agguati, aggressioni e lotte concitate, elementi chiave che si ritroveranno nel film. Il colore, altro elemento fondamentale nel cinema di Bertolucci, nelle immagini iniziali, assume connotazioni espressionistiche. Non sono di certo scelte a caso, ma nemmeno studiate a tavolino: lui stesso dirà “questi sono come degli imprinting che abbiamo da sempre e da cui in fondo non ci si libera mai e non vedo perché bisogna liberarsene”.

L’arte nel cinema di Bertolucci è appunto elemento essenziale, così come la fotografia: questo stretto rapporto si evidenzia, infatti sin dalle prime scene, dove si sommano elementi richiamanti la pittura di Giorgio de Chirico e il gioco di colori (tipiche le tonalità gialle/rosse che ritroveremo i tutti i suoi lavori). Il film inizia con l’arrivo di un treno: viaggio/ritorno o allontanamento/avvicinamento da qualcosa. Verità? Bugia? Passato che ritorna? O un ritorno al passato? I dubbi sono tanti già nelle primissime immagini.

Per alcuni minuti siamo catapultati in spazi aperti, dove il protagonista, Athos Magnani Jr. gira in questo luogo deserto, solo in alcuni casi si odono voci ma senza vederne i volti. I luoghi aperti sembrano indicare un gioco di esplorazione, di scoperta. Il protagonista, infatti si muove tra le stradine come se stesse esplorando qualcosa. Qui le immagini sono chiare. Tutto sembra essere in contrapposizione con ciò che è sconosciuto ed indecifrabile, ossia il luogo chiuso (l’albergo) in cui arriva Athos (5:58) e dove il buio e la penombra – legati, potremmo dire, all’inconscio – hanno il sopravvento.

Una panoramica orizzontale da destra verso sinistra apre il film. Frame sull’arrivo di un treno. La mdp riprende, seguendo sempre un movimento orizzontale, il protagonista, che poi esce dall’inquadratura.

Nelle ultime scene del film, dallo stesso punto e con lo stesso movimento di macchina, Athos è di nuovo su quei binari (1:31:50). La mdp lo segue. Anche i colori (il giallo e il rosso) sono gli stessi dell’inizio del film. Questa volta nessun treno è in campo. Anzi, la carrellata orizzontale (da sinistra a destra) segue i binari vuoti coperti di erba, (1:33:20) quasi ad indicare che nessun treno sia mai arrivato. Un finale aperto, dove c’è un’ apparente circolarità. L’arrivo di Athos jr. nelle scene iniziali è reale? Il tempo del racconto e quello psicologico sfuggono allo spettatore. Niente è ciò che sembra. E come in un sogno, “strategia del ragno” intrappola non solo Athos jr, ma passato e presente si confondono così come lo spettatore resta intrappolato da una rete di significati.

[1] Figlio adottivo di un parmense, Ligabue visse nella bassa Padana. Tutto il cinema di Bertolucci è intriso di elementi legati alle sue origini, alla sua infanzia, alla terra natia: dalle musiche di Verdi a quelle dell’Orchestra Cantoni, passando per l’arte di Ligabue.

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