Fatti d’altri tempi

Di Vjladja D. non sappiamo nulla. Un carteggio interamente in russo è stato trovato nella biblioteca statale dell’Università del Connecticut. L’intero carteggio era chiuso in una busta datata 1955 e con una firma poco chiara, ma abbastanza da leggervi “Drazna” possibile cognome della donna che scrive e che si firma solo con il nome e con una D. Un biglietto all’interno, anche questo poco leggibile e tradotto a fatica da una collega russa, sembra spieghi che ad avere raccolto le lettere sia questa giovane Ludmilla Drazna, nipote esiliata negli Stati Uniti. Nulla ancora si sa di Vjladja. Forse attraverso le lettere, con il tempo scopriremo di più.

Traduzione dal russo di Kristina Polska. Dall’inglese la sottoscritta. Con i relativi limiti di chi traduce e della difficiltà di comprendere a pieno il senso delle cose.

“Fatti d’altri tempi”, lettere inedite di Vjladja D.                                                                                               

Jurjatin, 26 febbraio 1914

La neve blocca ogni contatto. Le missive tardano ad arrivare. E forse anche questa  vi arriverà tardi. Delle altre nessun cenno, nessuna risposta. Forse le avrete ricevute e strappate. Forse mi illudo e avete bisogno di tempo. Alla stazione ho indugiato, nella speranza di voltarmi e trovarvi lì. E quando il treno si è allontanato da Mosca, mi era sembrato davvero di vedervi dal finestrino. Ho atteso invano un gesto, una parola. Ma sapevo che eravate troppo ferito e forse anche deluso.

Carissimo Nickolaj, le giornate sono eterne, il mondo non è mai troppo grande per chi vede intorno i limiti della propria esistenza. Ma siamo diversi. E lo avete sempre saputo. Ma sapete anche che vi ho amato e che vi amo. Non serve a lenire i colpi, lo so. Né serve come giustifica. Ma dovevo scrivervelo. Da quando sono partita, ormai tre mesi or sono, credo di essere invecchiata dentro. Ma non potevo restare. Dovevo tornare. Ero infelice lì a Mosca, non perché voi mi rendevate infelice, badate bene. Voi siete stato sempre attento a tutto, a non farmi ammalare, data la salute cagionevole, a portarmi alla Pordoja per i balli del venerdì. Sapevate cosa amavo fare e ascoltavate i miei silenzi e capivate. Ma a volte, ero io che non sapevo ascoltare i vostri. Ci provavo ad essere quella che volevate, quella che amavate, ma spesso ero in conflitto e a disagio. Perché tutto era spaventoso, troppo bello e spaventoso per durare in eterno.

Jurjatin è un piccolo paese a ridosso dei Monti Urali, avrei voluto tanto portarvici. Anche se non ci sono molte cose interessanti come le sale di lettura dove trascorrete il vostro tempo e discorrete di politica. Ma ci sono le pipe! Quelle che collezionavate un tempo. Sì, le pipe. Da queste parti si trova un particolare pioppo, chiamato “pioppo giallo” e così le pipe lavorate qui hanno un colore particolare. Vi sarebbero piaciute, lo sento. Oh Nickolaj, quanta pena vi faccio lo so. E’ come se sentissi i vostri discorsi e le vostre parole, quando durante le sere estive facevate di tutto per farmi sorridere ed io avevo il broncio. Così, senza motivo. Solo perché ero infelice. Ma mai di voi. Di me. Fuori continua a nevicare. I miei anziani genitori dormono già da qualche ora. La candela, mentre vi scrivo fa il suo gioco di ombre, così come voi facevate, giocando con esse, quando accendevate le vostre nello studiolo. Sempre molto freddo per me. E voi che  lo immaginavate, compravate candele in quantità.

 Vi stringo a me, Vjladja

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