Il dio delle anime

Il mio incontro a Venezia con Hayao Miyazaki  (Venezia 2006)

Sui sessanta, bassino, poco noto fisicamente, se non agli addetti ai lavori: ecco chi è l’autore de “La città incantata”. Hayao Miyazaki ne ha fatti di lavori bellissimi. Tutti conoscono Lupin III, no? Eppure, pochi hanno visto “La principessa Mononoke”, dove si è rivelato un vero maestro del cinema d’animazione. Il Premio a Venezia Cinema 2006, il Leone d’Oro alla Carriera è un riconoscimento azzeccato. Dopo aver visto “Il Castello errante di Howl”, molti si saranno detti che fosse un peccato tenerlo fuori concorso. Già in sé la storia contiene un tema spiazzante: la fanciulla che diventa vecchia e deve ritrovare la propria giovinezza, dopo numerose peripezie, si aggiunga il fascino della narrazione come un tradizionale manga, dove si alternano le pause al ritmo veloce, e si otterrà un lavoro superlativo. I manga, si è detto. Esistono fumetti difficili da catalogare: la “letteratura disegnata” (Hugo Pratt) è in Giappone una compagnia irrinunciabile. Perché i nipponici, più di chiunque altro, riescono a leggere tra le righe, a contemplare senza per questo rinunciare a scorrere velocemente gli occhi sulle tavole. Ecco perché i manga sono difficili da catalogare: perché parlano della vita. E la vita è fatta di emozioni, sì, ma anche di sentimenti lievi, di momenti di attesa, di attimi che “troppo frequentemente ci passano tra le dita senza che si riesca a dare loro il senso della intenso della vita” (Luca Raffaelli). Il punto è che siamo troppo abituati ad avere pensieri che rubano spazi mentali destinati alla contemplazione, che dovrebbe riguardare il presente. Questo, spesso, sono i manga. E questo, in definitiva, ci offre Miyazaki, traducendo il manga in forma di anime: la possibilità di concederci spazi mentali privilegiati. La trama, come nel film precedente, svela il fascino di  un’Alice nel Paese delle Meraviglie: il viaggio, la perdita, l’arrivo in un luogo misterioso e insolito, dove la giovane protagonista può entrare in un regno delle favole e trovare personaggi bizzarri, creature mostruose, ma anche il principe desiderato (o forse no?). Ripetendo più volte, sotto forma di variazioni visive, la medesima struttura narrativa – una situazione iniziale, carica di tensione, un’apparizione, un viaggio di ricerca, una mutazione che si ripete a diversi livelli – Miyazaki racconta tantissime cose, e lo fa con il garbo, la discrezione di chi chiede soltanto di seguirlo. Lontano dalle mode, dai canoni estetici formali imposti dal fumetto di massa, che ha causato il monopolio (salvo qualche eccezione) del cinema d’animazione, questo signore orientale che dichiara di preferire il cortometraggio al film lungo (“un tè al posto di una cena”, come dice Guzzano), impone il suo sguardo e la sua visione serena di un mondo in cui  sono in atto processi di trasformazione sociale trascurati dai media.
Il suo è uno sguardo d’aquila, che punta lontano che, dilatando immaginariamente la stessa idea di evoluzione, esprime il cammino da iniziatico a terminale, dell’uomo, attraverso e fuori lo spazio. Cos’altro potrebbe essere dunque “Il castello errante di Howl”, ovvero la vicenda di una assurda trasformazione? Una riflessione di ciò che siamo o siamo destinati a divenire? Forse, ma non solo. Attraverso la contemplazione dello spazio nei modi e nei termini giapponesi, le immagini diventano forza e parola, luogo e tempo di vicende che attraversano il semplice esperimento per imporsi nel decoro di un film avanguardista e sperimentale al tempo: e l’influenza sul cinema del domani sarà enorme. Quando pensavo di scrivere questo articolo, ho creduto che la definizione “dio delle anime” potesse essere la
più logica: l’anime giapponese è il classico cartone che compie una serie di movimenti, non sempre a tutto tondo (come nei film Disney), privilegiando lo spessore dei personaggi, condito da lunghi introspettivi silenzi, a scapito della scena totale. Mi sembrava giusto che questo titolo spettasse a Miyazaki. Mi sbagliavo. Non era solo un titolo onorifico. Il suo lavoro è “così figurativamente straordinario da far dimenticare spesso che si tratta di un cartone animato” (Morandini), tanto che la nostra anima resta cattura dalla sua poesia. E ne esce rigenerata. Grazie maestro, allora, per aver trattato così bene le nostre anime. Ce n’era davvero bisogno.

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