Pedalate nel cinema

Tratto da “Ciclo di Film”, in Bc Rivista della bicicletta, Fiab (novembre 2013)

di Enza Iadevaia

Ne “L’uscita dalle officine Lumière”, considerato il film che dà il via al Cinema, dal portone spalancato delle fabbriche a vapore di Montplaisir, si vedono uscire uomini e donne, qualcuno in bicicletta: nasce qui, contestualmente alla settima arte, la funzione attoriale della due ruote, la prima bici en scene. Siamo nel 1895.

Il cinema racconta storie. Ma il cinema è fatto di immagini. Come quelle sterminate di biciclette. A volte ‘prime donne’, a volte ‘camei’ più o meno importanti. Messi lì, mai a caso, per riempire un vuoto, una scena, un’idea. Le trovi di ogni tipo. Per ogni generazione, esigenza e velocità.

Fin dai suoi esordi, il cinematografo, ha avuto un rapporto strano e ambiguo con la bicicletta. Considerata un oggetto che definisce, cambia, amplifica la personalità di un personaggio, la due ruote si è ritrovata spesso in ruoli marginali. E quando ha avuto l’onore di essere introdotta nei titoli, la sua era una funzione catartica. In fondo, se vogliamo, è la stessa funzione che si ritrova nelle nostre vite.

La bicicletta ha assunto e assume funzioni diverse in base ai territori nei quali si ambientano i film. Da noi è diventata moda, oggetto di culto, è un ‘in più’ che in qualche modo definisce e caratterizza il nostro essere. E forse, una lezione di saggezza ci arriva da quei paesi ‘alla fine del mondo’, dove l’essenziale è vita. Dove una bici è fonte di salvezza, sopravvivenza o ribellione.

Se il cinema racconta storie attraverso le immagini, la bicicletta racconta storie attraverso i tempi. Come nella vita reale, lei non tramonta mai. Cambiano le epoche, i tempi, le distanze. Ma lei è lì. E anche se la si appende ad un chiodo, arriverà il giorno in cui qualcuno la tirerà giù, per riaccendere, magari una vecchia passione dimenticata. Come un film d’altri tempi, finito in fondo alla libreria. Che poi ritrovi, riavvolgi e ricominci a guardare: «Il mio dottore dice che la bicicletta può far male» dice l’imperatore cinese Pu Yi a Mr Johnston che gli ha appena regalato una bici Hirondelle. «Farvi male?! Ma che sciocchezze!», risponde l’uomo. E così, l’imperatore, incuriosito si avvicina e chiede come ‘guidarla’. «Testa alta e guardare avanti. Come nella vita. Il film è L’ultimo Imperatore di Bernardo Bertolucci.

Pedalata nel cinema italiano, con “volata” sull’Europa.

Nella cinematografia europea, partendo dall’Italia del Dopoguerra, il ruolo della bicicletta è praticamente specchio della società, interprete principale o cameo, non perde la sua funzione sociologica. Nelle pellicole italiane, non è mai un elemento sportivo. La sua funzione va ben oltre: era elemento di unione, sopravvivenza, lotta.

Ladri di biciclette (Vittorio De Sica, 1948), summa di elementi sociologici e cinematografici, non solo rappresenta un periodo storico ben preciso, tra povertà e rinascita, ma è una lezione di cinema. Il titolo, è un pretesto, è l’elemento di partenza. La bici era sì mezzo di trasporto, ma soprattutto mezzo di riscatto e di sopravvivenza. la vera anima del film non è il racconto del suo furto, ma come “lei” unisce un padre e un figlio e come li porta a ritrovare la dignità perduta.

A cavallo della bici ritroviamo preti, guardie, ladri, contadini e saltimbanchi, partigiani: l’intero ciclo di Don Camillo (con le regie di Luigi Comencini e Mario Camerini, Pane, amore e fantasia (Luigi Comencini, 1953), La strada (Federico. Fellini, 1951) e Amarcord (ancora Fellini, 1971), L’Agnese va a morire. Terra di campionissimi e di una delle corse più famose al mondo, in realtà, al cinema la bicicletta come elemento sportivo, non ha avuto grande fama, solo un Totò al Giro d’Italia (1948), nemmeno uno dei migliori tra quelli girati dal principe De Curtis. Questo giustifica e sottolinea quanto il fenomeno bicicletta, nell’Italia del passato, sia legato principalmente al suo uso pratico e sociologico. Il postino di Michael Radford (1994), ambientato nell’estate del ’52 in un’isola del Golfo di Napoli, è inesorabilmente l’uomo con la bici, senza la quale non può recapitare posta al poeta Neruda: la bicicletta è il collante tra due realtà e due mondi, quello di Massimo Triois e quello di Philippe Noiret.

La bicicletta non perde il suo spirito di scoperta, cambiano i tempi ma i concetti di fuga, di vagabondaggio, di esplorazione, restano: lo racconta Gabriele Salvatores con le lunghe scorribande dei ragazzini di Io non ho paura (2003), o le pedalate nel Sahara di Marrakesh Express (1989), dove quattro trentenni partono per l’Africa alla ricerca di un amico tenuto prigioniero.

Il ruolo della bici nella società contemporanea rappresenta uno stile di vita, è ecosostenibile, fa “chic”.  Il disco di Simon&Garfunkel che girando, in dissolvenza, diventa ruota di bicicletta, è l’inizio della commedia Happy Family (ancora Salvatores, 2010): qui, per il protagonista, novello sceneggiatore, è fonte di ispirazione e modello esistenziale.

Nel caso de La città ideale (Luigi Lo Cascio, 2012), invece, la bicicletta diventa strumento di vita. Il personaggio kafkiano ha rinunciato all’automobile e vive da mesi raccogliendo acque piovane e generando elettricità sulle due ruote. Scontro tra utopia e caso, il film rispecchia in pieno la lotta controcorrente del consumo senza limiti.

Anche in Francia, dove la bicicletta ha avuto e continua ad avere grande rilievo nella vita quotidiana, sia nelle grandi città che in provincia, il cinema l’ha raccontata in cento sfumature, dal comico alla celebrazione dell’amicizia e dei primi turbamenti amorosi. In Giorno di festa (Jacques Tatì, 1949) fusione di poesia e comicità, il postino Francois, rimane colpito da un documentario sull’efficienza e la velocità del servizio postale americano, e cercherà di intensificare la produttività del suo giro in bicicletta con risultati tragicomici.

Ne L’età difficile (cortometraggio di Francoise Truffaut, 1957) alcuni monellacci seguono una coppia d’innamorati: ammirano la bellezza della fanciulla che gira in bici, si nascondono per gustarla più da vicino e il più piccolo della banda arriva a imprimere il suo viso sul sellino appena abbandonato da lei.

Il più eccentrico omaggio alla bicicletta, resta però, Oltralpe, Appuntamento a Belleville (Silvayne Chomet, 2003), film d’animazione innovativo, di produzione franco-belga-canadese), basato sulla pantomima, dove la bicicletta è elemento epico. La storia del piccolo Champion e della passione per Koblet, Bartali, Bobet, raccontata da immagini animate che sanno tanto delle atmosfere celebrate dalla penna di Georges Simenon. Ma il cinema è anche racconto della realtà, spaccati spaccati di vita, dove la bicicletta diventa pretesto per relazioni umane, disaffezioni e problematiche sociali: Il ragazzo con la bicicletta (Jean Pierre e Luc Dardenne, 2011), è la fotografia di un’infanzia dibattuta e di una bici che serve al protagonista per affrontare un percorso di formazione e di riconquista dei valori della convivenza civile. Cyril, è un giovane irrequieto, per certi versi simile ai personaggi di Mark Twain, che ingaggia una battaglia personale contro il mondo e contro quel genitore immaturo che ha provato ad accantonarlo, insieme alla sua bicicletta.

Pedalata nel cinema americano…

L’America delle avanguardie e della velocità, ha viaggiato, rispetto all’idea europea di cultura della bicicletta, in modo diverso.

La bici nella società americana è, apparentemente, priva di storia ma se si scava tra vecchi articoli e saggi si scoprirà che un movimento di appassionati riuscì con delle pacifiche proteste a ottenere una serie miglioramenti della viabilità in molti punti di San Francisco: era il 1896, ma fu un successo di breve durata. Bisogna attendere quasi un secolo, il 1992, perché quella colorata dimostrazione trovasse seguito con i ragazzi di Critical Mass.

Le principali città americane non sono stracolme di biciclette, quando si parla di bike friendly ci si riferisce in realtà ai campus universitari, e nessuno di essi vanta più del 6 per cento di pendolari in bicicletta.

La bici è vista dagli americani principalmente come una forma di svago o di esercizio sinonimo di sport e velocità, e questo ha fatto sì che anche al cinema la stessa importanza, valore o ruolo assunti in altre realtà.

Ma se guardiamo la bici come, elemento del contemporaneo allora le cose cambiano. Il documentario Critical Mass (noi non blocchiamo il traffico, noi siamo il traffico) (Ted White, 2009) narra la storia e lo sviluppo di uno dei movimenti sociali e politici più vivaci e dinamici degli anni ‘90. Film come “Quicksilver – Soldi senza fatica” (T. M. Donnelly,1986) e il documentario “Pedal” (P. Sutherland, 2001) raccontano invece storie di “messaggeri” in bicicletta: una figura che nasce negli anni ’70 proprio nel mondo del cinema che chiedeva spostamenti veloci tra le aree di produzione e i laboratori a stampa delle pellicole: la due ruote protagonista della cultura “fast” and “money”, tipicamente americana.

Ma è la Masi Gran Criterium rossa, del film “All american boys” (“Breaking away”, P.Yates, 1979) la bici che entra nell’immaginario collettivo. Dave, il protagonista, con il suo berretto marca “Campagnolo”, è un patito “italofilo” con la passione per il ciclismo e per Felice Gimondi. Il film andrebbe rivisto in lingua originale per non perdere gli aspetti più interessanti di quelle citazioni in un italiano maccheronico. Briosa commedia basata sull’ottima sceneggiatura di Steve Tesich, il quale però non riesce, anni dopo, a mettere la stessa verve nella scrittura del film “Il vincitore” (“American flyers”, J. Badham, 1985), dove due fratelli si allenano accanitamente per partecipare alla più lunga corsa ciclistica degli States, denominata “L’inferno del West”. Anche se le scenografie, sfondi western con i ciclisti al posto dei cow-boys, hanno un sapore esotico-folclorico che favorisce l’attenzione, il film non resta memorabile.

Bicicletta protagonista però di alcune scene cult, quelle che restano nella storia del cinema: Paul Newman e Katharine Ross in “Butch Cassidy” (“Butch Cassidy and the Sundance Kid”, J. R. Hill, 1969) sulle note scanzonata di Burt Bacharach, i ragazzini di “E.T.” (S. Spielberg, 1982), in volo, in un pomeriggio dal tramonto spettacolare pedalando su una bmx.

Pedalata nel cinema del resto del mondo…

Metafora classica del cinema come “finestra aperta al mondo”, fonte di ispirazione di molti film asiatici /orientali è la cinematografia italiana. Il neorealismo asiatico è figlio del neorealismo italiano.

Il concetto di “bicicletta” come lo si intendeva nel nostro passato, quel suo essere fonte di essenzialità, è lo stesso che oggi si ritrova in molte parti del mondo asiatico. In Europa oggi la bici è “cultura”, altrove è necessità.

Film come “La bicicletta verde” (H. Al Mansour, 2012) o “Il giorno in cui diventai donna” (M. Meshkini, 2000), rappresentano in pieno Paesi con rigidi tabù. Nel primo la protagonista adolescente cerca di conciliare le voglie libertà con le rigide regole sociali che le impediscono di comprare la bici, nel secondo una giovane moglie, contro il volere della famiglia partecipa ad una gara di ciclismo. Sotto il versante viaggio-rinascita è il film “One mile above”, (Jiay Du, 2011), un pellegrinaggio in bicicletta, dalla provincia meridionale dello Yunnan, in Cina fino a Lhasa in Tibet.

“Ladri di biciclette”, è stato fonte di ispirazione di pellicole come “Cyclo”, (T. A. Hung, 1995) “Piccoli ladri” (M.Meshkini, 2004) e “Le biciclette di Pechino” (X. Wang, 2001). Per quanto possa sembrare lontano il nostro mondo dal loro, ci lega, in realtà un passato di lotte, sopravvivenze e senso di libertà. In “Cyclo”, un giovane si guadagna da vivere con un risciò a noleggio, che gli verrà rubato e per ripagarlo è costretto a subire una serie di mortificazioni fisiche e mentali, compiendo azioni criminali. E l’inquadratura finale del film, vede riuniti insieme, come in “Ladri di biciclette”, il protagonista (che guida il risciò) la sorella e suo nonno.

In una Kabul devastata dalla guerra è ambientato “Piccoli ladri”, dove Zahed e Gol-Ghoti, disperati e affamati compiono una serie di furti di biciclette per poter essere arrestati, garantirsi un pranzo e raggiungere la madre in carcere.

Una breve pedalata verso l’Africa ed in una cornice completamente diversa dal resto, si inserisce il documentario del regista iraniano Abbas Kiarostami, “ABC Africa” (2001): un pugno nello stomaco. Non c’è sceneggiatura, né finzione. Qui la bicicletta è vita, salvezza, istruzione. Serve per trasportare un piccolo fagotto (il cadavere di in bimbo) da un ospedale al villaggio. Serve per trasportare acqua e risparmiare ore di cammino, per poter andare a scuola.

Le pedalate al cinema non avranno mai fine. Saranno sempre al passo con i tempi. Avranno il sapore di ricordi, avventure, storie mancate. E come in un finale di Charlot, potremmo sempre immaginare di rincamminarci, “manubrio alla mano”, verso tempi migliori.

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