Il pepe, la cannella e il rraù di Proust

Apparso originariamente su “Il Sannio Quotidiano”, 2 aprile 2013. Rivisto e riedito per il seminario “Noi, Italo-Americani”. Florida Atlantic University, Maggio 2016.

“Nun toccà…” – urlò Ciccillo o’ russo[1], a Ciccillo o’ ruosso[2].

“E allora pecché e tuocchi tu…” – ribatté l’altro.

Il rumore dalla cucina, di piatti, bicchieri, pentole, tazzuelelle, n’frennole[4] e roccocò, sembrava il concertino di zì Peppino o’ sacrestano, quando la domenica di nascosto dal prete, suonava l’organo come a capa comanna[5] – suo continuo motto per giustificarsi quando qualcuno lo richiamava, soprattutto dopo l’ennesimo bicchiere ‘e vino ntrevolato[6]. E come a capa comanna facevano pure Ciccillo o’ russo e Ciccillo o’ ruosso. Ma dalla cucina, dove anche l’ultimo rimasuglio di rraù era stato mangiato, nessuno badava ai due cugini, che dopo ore di attesa accanto alle valigge ammericane, si contendevano il taglio delle funicelle. Il viaggio di ritorno dalla Merica in Italia era una festa, per chi arrivava e per chi aspettava. E quando ‘e furastiere[7], tornavano in paese, dopo le otto ore di viaggio dagli Stati Uniti, dovevano farne altri tre dall’aeroporto di Roma. E il tragitto diventava ogni volta frase fatta: “ce vò men tiempo ra Nev Yorc all’Italia, che ra Roma ‘o paese[8]”.

L’usanza vuole che una volta arrivati, in quella che era stata anche casa loro, le valigie dall’odore indefinibile di novità, sorprese, ‘e funicelle, venivano piantonate dai più piccoli per ore. E così, Ciccillo o’ russo e Ciccillo o’ ruosso se ne stavano appollaiati, litigando accanto alle enormi e pesanti valigge ri ‘mmiricani. La casa, nel frattempo, si era riempita di zii, parenti, amici degli zii, cugino del marito della zia, vicini e lontani. Perché bastava la parola “’so vvenuti…!” e tutti nel rione facevano la processione. Pure zì Peppino o sacrestano, che in quanto a feste e festecciolle era sempre presente, varcava la soglia di casa, ripetendo “Salute…”.

Le sedie non bastavano mai, e allora l’urlo arrivava dalla cucina: “Ciccillo, …Ciccillo é segge[9]..” – Ma a quell’urlo, nessuno dei due Ciccillo rispondeva, e come a capa comanna continuavano a tirare le funicelle di qua e di là.

Il rito dell’apertura ré valigge era qualcosa di storico: un compromesso tra i più anziani e i più piccoli: “- se finisci o piatto, arapi ‘a valiggia, “ – Ma i due Ciccillo in quanto a compromessi non sapevano di che farsene. Perché sempre come a capa comanna era il motto.

Intanto, tra la voce che urlava dalla cucina “arapimme ‘e valigge”… e l’atto reale del taglio ré funicèlle, ne passava ancora di tempo. C’era sempre chi, ricominciando un aneddoto reale o inventato su “donne, cavallier, arme, amori, cortesie, e audaci imprese”, faceva rimandare l’atto.

E o’ russo e o’ ruosso, come impavidi paladini re valigge, continuavano a contendersi a suon di mazzate il taglio delle famose funicelle. Quando a tarda sera tutti prendevano la strada di casa, l’ultimo a chiudere la porta era zì Peppino o sagrestano, che come a capa comanna lasciava la sedia dopo che Nonno Miniello aveva smesso di riempire la bottiglia di vino.

Il rituale dell’apertura ré valigge sembrava iniziare. E allora Ciccillo o’ russo, e Ciccillo o’ ruossö, vivevano l’estasi di San Rocco, santo venerato e protetto in paese, dove si racconta sia rimasto estasiato da un eremita pellegrino proveniente da Gerusalemme. Ma ai due Ciccillo dei pellegrini ammericani, non importava poi tanto.

Come per incanto il silenzio sopraggiungeva. Il momento era propizio. Il coltello era pronto. Ma l’atto del taglio re funicelle sembrava eterno. E sempre per incanto il silenzio rispariva. “Nun toccà.” – Urlava nonno Miniello a Ciccillo ’o russo, che come a capa comanna aveva infilato le dita in mezzo e funicelle. “Te fai mal, o capisci”. Ma mentre nonno Miniello faceva ammoina[10] con ‘o russo, l’altro Ciccillo aveva già preso il posto del cugino.

Gli impavidi paladini delle valigge, che avevano vegliato per ore, rischiavano di perdere il posto in prima fila, e allora, come a capa comanna, l’uno tirava il nonno, l’altro tirava ‘e funicelle. Fino a che il suono delle mazzate e la conseguente litigata tra mamme che difendevano, e padri che minacciavano, rendevano la serata scoppiettante come la festa di Piedigrotta. Gli altri litigavano, ma le lacrime dei due Ciccillo erano già asciugate, e come a capa comanna stazionavano di nuovo impavidi re valigge. Ma la saggia di casa, a nonna, che fino ad allora era rimasta in cucina, arrivata nel salotto senza dire una parola, trovava sempre il compromesso. E afferrato il coltello, e voltandosi ai due nipoti, con il dito indice indicava chi un lato e chi l’altro delle valigge. E senza fiatare, ’o russo e ’o ruossö , come paladini al servizio di sua maestà, si piantonavano chi a destra e chi a sinistra.

Finalmente il rituale re valigge poteva iniziare. Silenzio. Il suono dell’enorme cerniera preannunciava novità zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz. E Ciccillo ’o russo con Ciccillo ’o ruosso fermi ai due lati ‘ra nonna, aspettavano con occhi spalancati. Senza sapere poi in fondo cosa aspettavano. Ma la Merica era la novità. E ecco che enormi asciugamanoni morbidi spuntavano dalla cima. Pigiamoni di pile tutto d’un pezzo, con la plastica alle estremità. “Ohhhhhhhhhhhhhh Ohhhhhhhhh”. Lenzuola con angoli dove infilare il materasso. Guantoni per il forno. Scatolette di pepe provviste di una doppia apertura, quella per il dosaggio a neve con piccoli forellini, e quello per la quantità da stabilire con un foro a forma di mezza luna. E così anche la confezione di sinnamon, che nessuno mai capì cosa fosse. E poi i pastelli di cera Crayons, motivo di lite furibonda tra i due Ciccillo. Il profumo Charlie, (l’orribile profumo Charlie), l’equivalente femminile del Pino Silvestro. La tanto attesa Barbie, lasciata intatta nella scatola per anni. Mai aperta “perché s’arruina[11]”. E poi i pezzi forti: carta di alluminio definita da tutti ‘a carta argentata. Pirofile, quelle che lasciavano le mamme e le zie, con gli occhi incantati, perché si potevano mettere nel forno. I “soprammobili” della “Lenox”, ambitissima improbabile ceramica che quando qualcuno rompeva, era lutto familiare. E poi scarpette naiche o i didas e i famosi Livais che solo dopo anni si capiva fossero i Levis. Negli angoli più remoti, e giù giù fino all’ultimo spazietto libero, le campanelline di cioccolata dal nome impronunciabile, gomme americane sempre dal nome impronunciabile. Saponette, sinnamon e pepe a volontà.

I due Ciccillo intanto, con mani imbrattate, appiccicose di ciuingam e cioccolata, avevano ciascuno fatto fagotto, e depositati i pastelli a cera ognuno nel proprio nascondiglio, rimuovevano fieramente le armi da impavidi paladini, rivestendo invece quelle dei due Ciccillo di sempre, ‘o russo e ‘o ruosso, questa volta però, con addosso pigiamoni di pile arrivati da oltreoceano.

E così, quel sapore di menta della gomma americana e la fragranza delle saponette, uniti all’aroma di pepe e sinnamon, restavano nell’aria per anni. E l’odore, si estendeva a macchia d’olio per non abbandonare mai più le pareti di casa. Come il profumo del rraù. Che di certo Proust avrebbe preferito alle maddalene.

 

[1] Dialetto napoletano “capelli rossi”

[2] Dialetto napoletano: grande

[3] “E allora perché le tocchi tu? (riferito alle valige)

[4] Tipico biscotto campano di forma rotonda, fatto con vino bianco e finocchietti, chiamato anche tarallo.

[5] Come la testa suggerisce.

[6] Vino non filtrato bene, di scarsa qualità.

[7] Forestiero: si usava in passato, in modo scherzoso, anche per indicare i parenti emigrati che tornavano.

[8] Si impiega meno tempo da New York all’Italia, che da Roma al paese.

[9] Sedie

[10] Fare casino.

[11] Perché si rovina.

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