Searching for Sugar Man

“American Zero, South African Hero…”

Quella stessa America che per più di 40 anni non lo ha mai considerato, è la stessa che premia con un Oscar, il documentario su di lui: Sixto Rodriguez, il musicista nato due volte. “Searching for Sugar Man” è un piccolo capolavoro scritto, girato (inizialmente con un i-phone!) e diretto dallo svedese Malik Bendjelloul. Un regista sconosciuto, una storia sconosciuta, un musicista sconosciuto ovunque, ma non in Sud Africa dove per intere generazioni Rodriguez è stato un mito. Come sia arrivata lì la sua musica è un mistero. Ma lui, l’idolo che canta dell’apartheid e delle lotte sociali, non sa nemmeno di esser considerato alla stregua dei Beatles e di Simon & Garfunkel. Ed è proprio dal Sud Africa che parte il documentario.

Cresciuto nella Detroit dell’economia automobilistica, figlio di messicani, Rodriguez si segnala presto come musicista originale anche se poco propenso al compromesso. La sua musica è ispirata dal turbolento clima sociopolitico dei tardi anni Sessanta e dall’osservazione della realtà circostante. Formatosi sui classici del blues, il giovane cantautore sviluppa uno stile compositivo e chitarristico originale così come originale è il suo timbro vocale, nel suo caldo e vibrante mix di folk, soul, funk.

Un primo singolo, I’ll slip away, passa inosservato. Poco dopo però il suo talento viene fuori. Ma sia l’album Cold Fact (1970) che Coming from Reality (1971), vendono quasi nulla. E la sua carriera sembra eclissata.

Il documentario, per l’intera metà, è un viaggio alla scoperta di indizi. È un diagramma sul quale man mano si inseriscono i pezzi e le poche informazioni su “sugar man”. E sono i suoi stessi testi a far decifrare alcuni pezzi: come “Dearborn”, la località nei pressi di Detroit citata in una delle sue canzoni. O la frase inserita nel libretto di un suo cd: “There were no concrete cold facts about the artist known as Rodriguez. Any musicologist detectives out there?”. Un invito dunque, un invito a cercare questo personaggio che secondo alcune fonti si era suicidato. Un piccolo thriller dove un appassionato venditore di dischi e un giornalista-musicologo diventano dei veri e propri Sherlock Holmes.

Immagini di archivio e riprese con l’iphone, intercalate in alcuni punti con alcuni disegni del regista, rendono la fotografia del documentario, poetica e molto suggestiva. Da Sugar Man a Cold Fact, fino alla magnifiche Crucify your mind e Lifestyles, sono alcuni dei pezzi che rendono ancor di più straordinarie le immagini e i vari racconti. Non c’è alcuna nota stonata. Ma il semplice e sapiente mettere insieme il giusto.

Rodriguez apparirà nella seconda metà del documentario: quasi fosse l’inizio della sua seconda vita. Lo si vede aprire la finestra di quella che è da sempre la sua casa. Umile, silenzioso, sguardo basso, considerato da molti suoi amici “la voce dei deboli”, impegnato in politica ed in attività sociali, un uomo apparentemente fuori dal mondo che gira con la sua chitarra. E che nelle sue canzoni porta tutto lo spirito del suo impegno. “Resta quello che era…”, dice una delle sue figlie. “There is no glamour in his life”.

“Searching for Sugar Man”. Un piccolo gioiello da tenere sott’occhio. Per la storia e per le straordinarie musiche.

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