Napoli e Tetes de Bois

“E penso a te che sei in cima alla salita e già respiri la libertà della discesa….”. Sulle note de “la canzone del ciclista”, Napoli accoglie i Tetes de Bois con un sole raggiante. Andrea Satta, voce e anima del gruppo, ha il sigaro tra le dita e osserva il golfo seduto su una transenna. Il loro palco a pedali sul lungomare “liberato” attira l’attenzione. Entusiasma curiosi e visitatori, che camminano, pedalano o sono alla ricerca affannosa di quella da fittare in un napoletanissimo “bike rent”. 128 biciclette collegate a delle dinamo che produrranno energia per lo spettacolo. A pedalare uomini, donne e bambini in quella che si prospetta “una nuova rivoluzione” nella città Partenopea. “Ci sono metropoli dove se vai in bicicletta, nonostante il traffico puoi sentirti abbastanza tranquillo. Qui (sorride), ho notato che andare sulla due ruote è una impresa colossale. Napoli è straordinaria con tutte le sue contraddizioni ma il caos sembra regnare, se sei in bicicletta ti possono spuntare motorini da tutti i lati, non rispettano aree pedonali, controsensi o marciapiedi. Alle spalle puoi trovarti qualunque cosa e non poterla prevedere e per chi pedala è dura. Eppure, nonostante questo, ho visto tanta gente che si muove in bici. Penso che qui più che altrove ci sia bisogno di piste ciclabili. E’ un luogo che mi affascina, me la sono attraversata tutta. E viverla sulla due ruote potrebbe essere davvero interessante…” A chi la osserva dal mare, questa città appare moderna. Eppure, esiste quella dei vicoli, nascosti dal sole, dove “il mare non bagna Napoli”, e dove anche le biciclette, forse non arrivano. Ma questo golfo che varia di tinta e d’animo, è spettacolare anche in certe giornate ventose e nuvolose, quando acquista inattese profondità, moltiplica prospettive. Come una bicicletta che si muove al ritmo di chi la guida. Perché ogni luogo, ogni città ha una sua tipologia di bici. Scassata, arruginita, ma utile. Città patita di calcio, dove molti di quelli nati negli anni ’80 si chiamano Diego. Ma la bicicletta inizia anche qui a fare massa critica. “Chi la sceglie sa che la bici non può fare sconti. Nel calcio puoi essere fortunato e fare un gol e poi far correre gli altri, oppure fare il gol il giorno giusto e poi campare di rendita. Con la bicicletta non è così, si potrebbe dire bè c’è la discesa, ma anche lì devi stare attento, perché puoi cadere e farti molto male”. La voce di Andrea Satta ha toni bassi ma sprigiona qualcosa di forte. Un po’ un controsenso in questa Partenope dai ritmi serrati, dal caos perenne, che però, ora, non ha la potenza del racconto di questo chansonnier, dei suoi ricordi di eroiche corse ascoltate alla radio o immaginate da bambino. “Se non pedali non vai. E allora mi fa tanto perdere nella notte dei tempi, e pensare a quegli uomini che hanno affrontato fatiche che sono trasportabili ai nostri giorni, come difficilmente ci riesce di immaginare, noi non siamo assolutamente abituati a ricordare come sono vissuti i nostri padri ed i nostri nonni, o lo rimuoviamo o non abbiamo tempo per pensarci, ma avere l’acqua in casa, accendere un tasto ed essere collegati con il mondo, considerare normale prendere l’ascensore invece che sei piani di scale, avere la scuola sotto casa, per noi sono delle ovvietà, la fatica della bicicletta che resta antica, ci riporta invece a un dato concreto: che fatichiamo tanto come ieri, e allora uno ha la possibilità di rileggere anche la condizione di oggi non per tentare di accontentarsi, ma per capire dove si è”. La musica dei Tetes de Bois passa attraverso la ricerca di formule altre, legate alla quotidianità, ai luoghi di transito, attenti alle sollecitazioni, alle inquietudini. Un po’ zingari, un po’ poeti. Che raccontano storie e periferie. “La bici è una commistione di cose che vanno dalla semplicità alla dimensione popolare per passare all’uguaglianza tra uomini e donne. A tutto ciò si unisce l’efficacia, perché molto spesso troviamo rifugio in sogni che poi non producono risultati concreti, invece lei il risultato concreto ce l’ha, basti pensare al fatto che la velocità commerciale dentro una metropoli è inferiore a quella della bicicletta, per cui concretamente tu, in bici al tuo posto di lavoro in una grande città, arrivi prima che se vai in macchina. E allora quando uno vince la battaglia della razionalità, se ci mette pure il sogno, stravince!”. L’Italia delle città, delle periferie, dei piccoli centri. Prospettive, montagne, panorami. “L’Italia è come una stella polare. Hai il “da dove a dove”. Se sei in bicicletta c’è sempre un punto preciso dove arrivare. E questo dà sicurezza. Il Belgio no, lì non hai panorami. La terra è piatta, vedi solo quei filari di alberi lì o al massimo dei tetti laggiù. E poi sai, al di là di tutto la bicicletta è la magia dell’infanzia che cresce e trova autonomia. È pausa e riflessione, non ha età e limiti di tempo…” Sprintavamo come pazzi / Sulle strisce pedonali / Volate sull’asfalto / Con le ruote con le ali. “In bici scegli la tua strada, con la tua velocità, sei te e e ti conti quei km che fai, ti guardi i profili cambiare. I dislivelli che ti fanno penare, le discese che ti fanno volare. Quando prendo la bicicletta per i primi km vorrei essere con qualcuno, dopo un po’ invece sono contento di esser solo, mi piace. Ad un certo punto incontro Andrea (sorride) e ci facciamo compagnia, magari penso ad un pezzo da scrivere, a qualche idea musicale. La catena con il suo ritmo mi dà un input. Succedono delle cose in cui penso molti si possono riconoscere, non solo io che scrivo canzoni”. Ruote che vanno e vengono. Suoni dal palco e di catene oleate. Drin drin di campanelli e urla di bambini. La bicicletta mette buon umore. È terapeutica. Crea gruppo e non mette noia se sei da solo. E’ movimento. Veloce o lento. È movimento. E’ ora di andare, anzi di pedalare. Il concerto sta per prendere la volata. Andrea Satta, sorridente, saluta: Goodbike…

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