Un paese approssimato

digiacomo3

Una taglia, una decapitazione, un ponte. Storia di un paese approssimato. Durazzano, paese ignoto. Ma non troppo.

Un castello che non ha l’aria magica delle favole, ma quella di una ferita targata novembre 1980. Se chiedi a qualche anziano del posto sentirai versioni disparate. Sentirai di racconti e di aneddoti legati a vicende passate. E magari a qualche fantasma che ogni tanto fa capolino da una delle torri. Menzionato già in documenti del 1307, conserva una struttura originaria con quattro torri cilindriche. I vicoletti adiacenti, spopolati, come tutti i borghi d’inverno, sembrano uscire da racconti di Edgar Allan Poe. Un anziano con una brocca di vino in mano saluta con un flebile buonasera. Accenno un sorriso. Ma so che saluta per educazione, non avrà di certo capito chi sono. Questa è la parte del paese chiamata “terra murata”. Tutt’ora tra la gente, scherzando, si fa la distinzione tra chi è di questa zona e chi dell’altra. I due “casali” in passato venivano difesi da gruppi di ragazzetti a suon di pietre e lotte nelle piazze, per difendere il “decantato onore” del borgo natìo. Dalla zona Castello inforco una stradina che gira intorno allo storico fabbricato. Vecchie abitazioni ormai abbandonate. Qualcuna sembra rimessa a nuovo e leggo davanti ad un portone cognomi che non sono di qui. I “forestieri”, quelli che un tempo arrivavano di tanto in tanto, sono parte ormai del paese. Hanno acquistato casette e terreni e si sono trasferiti a famiglie intere. Proseguo. E da lontano le pale eoliche, simbolo di modernità e di “alternative” chissà quanto vere, distolgono il mio sguardo. Poche case più in là abitava l’anziano arrotino. E con lui sono andati via molti altri, simboli di un paese ora perso in un veloce e non graduale aggiornamento dei tempi. Un castello ormai dimenticato. E un ponte del quale nessuno o pochi sanno la realtà. Proseguendo dalla zona Castello per quella parte che un tempo era un enorme vallone, una lunga passeggiata verso Sant’Agata dei Goti ci porta a “scoprire” la gola di Tagliola dove un ponte che nessuno considera più, la scavalca. Solo la natura ne conserva ancora rispetto, forse per conservare quell’opera architettonica che la storia, un pò approssimata, considera un semplice ponte. Noto “nelle carte geografiche come “Ponte di Taglione”, nella tradizione popolare è meglio conosciuto come “Ponte Tagliola” . Se si osserva bene e si ha un pò di fantasia, si potrà immaginare appoggiato al torrino 28, il regio Architetto Vanvitelli discuisire sul suo progetto. Torno nella parte opposta, la zona “Casale”. Ora che osservo con occhio più attento mi rendo conto che sembrano davvero due paesini uniti. Hanno caratteristiche diverse. Sia come urbanistica che come modo di fare. Non lo dirò a mia madre. Lei è di lì. E inizierebbe una disputa incredibile. Scopro dal parroco che non sono sbagliate le mie osservazioni: fino al 1960, l’abitato che sorge in una vallata era distinto in due casali. Il bar centrale è pieno di tavolini sotto un pergolato, e anche d’inverno gli affezionati siedono lì. L’edicola del paese, l’unica, ha perso l’aria di quella mitica di “zio Luigi il barbiere”, dove si andava a comprare il giornalino e sentivi l’odore vero della carta fresca di stampa. Ora tutti vendono tutto. Mini supermarket della felicità dove entri sperando di trovare cultura ed esci con un profumo ultima moda. Davanti alla chiesa principale, quella dell’Annunziata, noto con stupore delle rastrelliere. Simbolo di tempi moderni. Ma vi vedrò mai qualche bici parcheggiata? E vedrò mai il mio parroco, un simil don Camillo, far sventolare la sua tonaca inforcando una due ruote? Troppa fantasia rubata alle pagine di libri e a fotogrammi da 35 mm. A pochi metri inizia via Nicola Mazzola. Chi era costui? Ebbe i suoi natali qui, illustre avvocato con idee repubblicane e all’avanguardia per quei tempi, amico della giornalista Eleonora Pimentel Fonseca. Qualche anno fa, senza volerlo, la regista De Lillo girò in paese alcune scene di un film sulla Rivoluzione Napoletana del ’99. Senza volerlo appunto, omaggiò Mazzola, reo di aver capito che questo paese poteva avere enormi potenzialità. Ma le sue idee di libertà finirono tra il sangue di piazza del Carmine a Napoli e di lui ora non resta che una strada. Oriczanum è l’antico nome del paese. Che di antico oramai non ha nulla più. Ma nella sua modernità tipica dei paesini ignoti di provincia, cerca di andare avanti, a volte troppo in fretta a volte troppo lenta. Ignoto, ma non troppo. Basta sfogliare Salvatore Di Giacomo e scoprire che Durazzano ha ancora “una taglia” sulla testa.

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