Nei luoghi dell’inverosimile

ia (109)

Più che uno spazio fisico è uno spazio mentale. Per la maggior parte, il luogo delle angosce e dei rimpianti. Regna solo il silenzio. Spesso un silenzio che se stai male, è assordante. Ne esistono diversi. E diverse sono le storie che si trovano tra quelle stradine, tra quei vicoletti di un paese che non c’è. E lì ti accorge dell’assurdo umano, del tempo che la fa da padrona con la sua clessidra fatta di speranza. C’è quello di campagna. Dove vecchie tombe ormai dimenticate giacciono sotto erbe e resti di ceri consumati. Quello di città. Con tombe altisonanti e lunghe frasi a ricordar “chi ero io”.  E poi c’è quello che, come scatola cinese è un cimitero dentro un cimitero: la tomba Brion ad Altivole in provincia di Treviso. Lì trovi la storia di una famiglia, l’amore eterno, la storia di un architetto che per non disturbare si fa seppellire fuori dal perimetro dell’opera da lui progettata. Da questi luoghi, così come da quelli reali del nostro quotidiano, devi imparare ad ascoltare se vuoi andare via con un tassello in più. Nel piccolo cimitero Brion di Carlo Scarpa c’è il ricordo di Wright e mille altre citazioni. Dalle pietre inserite nelle pareti, ancora della chiesa, alla pagoda orientale. Dal vasto giardino, delimitato, quasi a volerlo proteggere dal resto del mondo, da un muro inclinato che invita al raccoglimento, si intravede il profilo dei vicini colli asolani e, più in là, il massiccio del Grappa. Alla Tomba Brion si accede attraverso dei porticati. Si giunge al padiglione della meditazione attorniato dall’acqua e da ninfee. È un luogo dove si resta incantati, il silenzio qui non mette angoscia ma rappresenta l’anima che sopravvive a tutto. Giro affascinata, cliccando con delicatezza il bottone della nikon. Non vorrei rompere il silenzio che mi circonda. Osservo, scruto, penso. Le due tombe dei coniugi sono posizionate una di fronte all’altra in una eterna unione. A condurmi qui un artigiano dell’architettura che non tocca città se non mi fa passare per un cimitero. In un’ altra atmosfera, in un altro punto dell’Europa, altri silenzi, altre storie. Nel vecchio cimitero ebraico di Praga, respiri qualcosa di contrapposto. L’enorme numero di lapidi tardogotiche, barocche l’una contro l’altra, quasi tutte all’ombra, oscurate dalle fronde degli alti sambuchi creano un’atmosfera non so dir se più spettrale, angosciosa o altro, ma da dietro ogni tomba sembra si scorga l’occhio del Golem. Nessun ritratto solo disegni simbolici ad indicar quel che si era. E allora la fantasia si scatena e parte il film della mia mente. È la tomba del Rabbino Low quella più visitata. Vi si gettano su, sassi o bigliettini con un desiderio espresso. Simbolo di magia e speranza nel futuro. A conferma che tutta la nostra vita non è altro che un soffio vitale che ci giunge da altro. Lapidi di marmo, croci di legno, fotografie sbiadite, disegni. Mausolei, tombe celebri, anonime, dimenticate. C’è chi la storia l’ha scritta e chi l’ha subita. C’è tutto un mondo. Che non parla più ma che trasmette esempi ed errori. Si sale per mettervi un fiore, o si scende per accendere un lumino. C’è chi preferisce l’umido terreno e chi la parte alta della cappella. Quella della mia famiglia è esposta talmente bene, che mia nonna, prima di morire, sorrise dicendo: bé anche da lì mi godrò il sole d’estate che qui in questa buia stanza d’ospedale non arriva più.

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