Il pepe, la cannella e Proust

Il sapore della gomma americana e l’odore delle saponette, uniti all’aroma di pepe e cannella, restavano nell’aria per anni. Molto spesso, cose di uso differente venivano conservate insieme in uno scaffale o in un cassetto che, quando si riapriva sprigionava un miscuglio di strano odore. Il nuovo mondo,” ‘a Merica”, era il luogo delle stravaganze e degli oggetti mai immaginati. E mentre nell’aria echeggiava Frank Sinatra con “New York New York”, nelle case degli emigranti italiani echeggiava il suono del dialetto e qualche parola inglese pronunciata male. Fine degli anni ’60. Nonna Giacomina conosceva solo Napoli e quando mise piede nel porto di New York, davvero ebbe l’impressione di essere giunta nella terra promessa. ”A nav che me portav ‘a Meric se chiamav Michelangel. Mi ricord a primma vot che jétt a Nev Iork, restai senza parol, chilli palazz che toccavan ‘o ciel facevan ‘mpression. E ppò rint i stor [store, negozio] ce stevn cose che nui non conoscemm nemmen, io me ‘ncantav”. Il nuovo mondo era progresso, velocità, moda, dollari. Era avanguardia: le scatolette di pepe erano provviste di una doppia apertura, quella per il dosaggio a neve con piccoli forellini e quello per la quantità da stabilire con un foro a forma di mezza luna. Allo stesso modo la confezione di cannella. Introvabili in paese. “Trovai subbit lavoro int a fattoria addò facevan e lastre pe spital. Con me faticavan i spagnuol [sudamericani], e io mò saccio cchiù parola spagnol che mmirican: travaja, muchacha, senorita, me gusta”. Nonna Giacomina con i suoi 84 anni sorride e mostra le mani, prive di sensibilità, a causa dell’acido usato per tanti anni: “I uant non ce mettemm, non sapevam che l’acid era pericoloso, né i padrun ce recevan cacche cos…”. I primi soldi messi da parte, la bimba piccola da iscrivere a scuola, un marito che per mesi non riusciva a trovare lavoro. “Mio marit non portav a machin, e vvie nun e conoscem però ce stevan tanti paesan e allora cacchirun t’ aiutav semp”. Long Island è una lunga fascia di terra che si estende nell’Atlantico e molti durazzanesi vivevano da anni tra Westbury, Carle Place e Minneola. Avevano ricreato angoli del paese d’origine ed interi villaggi costruiti con le loro mani, come la zona di “Breezy Hill” a Westbury, quella che in dialetto chiamano “‘n copp o jardin”. Nonna Giacomina aveva preso casa da parenti, che a loro volta l’avevano fittata da altri paesani. Era tutto un passaparola. Era tutto un mondo chiuso. Il confronto con la grande America era duro, pesante come un macigno. La spesa si faceva spesso in un negozietto chiamato “Durazzano”. Trovavi “i zit, ‘o pprovolon, ‘o ppan” E ti sentivi a casa, nel tuo paese, perché la sera, quando ci si riuniva intorno al tavolo, attraverso il cibo e i pensieri nascosti, la mente ti riportava nella tua terra. Quando il lavoro scarseggiava si aveva la fortuna di trovarne subito un altro e così, da “una factory” che produceva materiale per ospedali si passava a cucire costumi da bagno o mettere etichette su pantaloni. Casa, lavoro, comunità italiana. Primi viaggi in Canada a vedere le cascate del Niagara o a qualche Santuario messo su dai primi emigranti. Poi il primo viaggio di ritorno in Italia. E quando ‘e furastiere, tornavano in paese, dopo le 8 ore dagli Stati Uniti, dovevano farne altri tre dall’aeroporto di Roma. E il tragitto diventava ogni volta frase fatta: “ce vò men tiemp ra Nev Yorc all’Italia, che ra Rom ‘o paes”. L’usanza vuole che una volta arrivati, in quella che era stata anche “casa loro”, le valigie dall’odore indefinibile di novità, corde e “funicelle”, venivano piantonate dai più piccoli per ore. In tavola brodo di pollo, come quando si tornava dall’ospedale, e un classico di quei tempi, agnello al forno con le patate. E poi, tutto il pomeriggio seduti tra parenti da salutare e foto da mostrare. A tarda sera, si iniziava il rituale dell’apertura dei bagagli con il taglio “‘ré funicèll”. Il suono dell’enorme zip preannunicava novità. Enormi Asciugamanoni morbidi in cima. Pigiamoni di pill interi. Lenzula con angoli dove infilare il materasso. Guantoni per il forno. Pastelli di cera Crayons, che scatenavano liti furibonde tra i più piccoli, Il profumo Charlie, l’equivalente femminile del Pino Silvestro. La tanto attesa Barbie, lasciata intatta nella scatola per anni. E poi i pezzi forti: carta di alluminio definita da tutti “‘a cart argentata”. Pirofile, quelle che lasciavano le mamme con gli occhi incantati, perché si potevano mettere nel forno. I “soprammobili” della “Lenox”, ambitissima improbabile ceramica che quando qualcuno dei più piccoli rompeva era lutto familiare. E poi scarpette, t-shirts e i famosi “Livais” che solo dopo anni ho capito fossero i Levis. Negli angoli più remoti, e giù giù fino all’ultimo spazietto libero, cioccolata Hershey, gomme americane dal nome impronunciabile, saponette, cannella e pepe a volontà. E l’odore si estendeva a macchia d’olio per non abbandonare mai più le pareti di casa. Come le madelaines di Proust.

 

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