Tra Brassens e la pastafrolla.

“chers amis, merci pour votre gentille carte…” Inizia così una delle tante lettere che a distanza di anni la famiglia Bertrand di Le Garde Freinet, si scambia con zì Pietro. Corrispondenza mai terminata da quando nel lontano 1957 Pietro Abbatiello toccò il suolo francese. Se immaginate l’ odore di lavanda, di baguette appena sfornata sulle note di George Brassens: “elle est a toi, cette chanson, toi l’ hotesse qui, sans facon, m’as donné quatre bouts de pain…”, allora sappiate che è tutta fantasia. Di Brassens, zì Pietro avrà sentito parlare, ma di certo nella sua mente risuonava “Lazzarella” di Aurelio Fierro: “Mi piaceva cantare, e per gli amici con i quali lavoravo, mi dilettavo a modificare Lazzarella, pronunciandola nel mio francese”. Sorride e abbassa lo sguardo, sospeso tra ricordi e malinconia. Ha occhi accesi, vivi, di chi non vorrebbe mai fermare il tempo. “In un paese chiamato Saint André de la Roche spesso si organizzavano feste e balli e gli amici francesi mi invitavano a cantare e così sfoggiavo tutto il repertorio di canzoni napoletane, da Maruzzella a Torn a Surrient”. Marsiglia, Tolone, Draguignan, luoghi tanto cari a zì Pietro. Ma fu a Callas, paesino della Provenza, che trovò ospitalità. E quando poteva, a cavallo della moto raggiungeva il mare: La Ciotat era una delle mete preferite. “Facevo il boscaiolo, si lavorava anche dieci ore al giorno. Una volta, ci trovavamo in una zona delle Alpi francesi, uno dei durazzanesi si fece male ad una gamba ed ebbe un’ emorragia, me lo caricai sulle spalle e riuscì a portarlo nei pressi di un ruscello dove lo pulii. Presi la mia Motobecane e lo sistemai ma dopo alcuni chilometri bucai. Non sapevo cosa fare ma passò il fattore che mi aiutò a caricarlo nel suo furgone e corremmo in ospedale”. Avventure di ogni genere. La disperazione e le difficoltà in cui versavano le nostre terre, costringevano per ovvie ragioni, ad emigrare. “Ho vissuto i difficili anni ’50, anni di povertà e così ho dovuto cercar fortuna nel sud della Francia. Ad attenderci stanze arrangiate alla meglio, o se vogliamo baracche, delle brande per dormire e a volte dalla stanza vedevi la luna. Ma quelle “ferite” nel soffitto erano il male minori. Si aveva voglia di lottare e di farcela”. La Motobecane fu la sua amica fedele. “Il primo viaggio in Francia lo feci partendo da Durazzano a cavallo della mia moto. Giunsi a Ventimiglia all’una di notte, vi era un forte temporale e ancora mancavano 300 km. Rischiai di non passare la frontiera ma anche lì trovai persone comprensive che mi fecero proseguire.” Quella “frontiera” che ancora oggi è salvezza o disperazione per altre genti. “La trappola della morte era un sentiero che si trovava a Ventimiglia. Nel ’58 -’59 ci furono 68 vittime perché chi non riusciva a passare era costretto a scappare imboccando quel sentiero irto, pericoloso, ma di molti non se ne sapeva più nulla”. Il paragone non può che ricadere sui tanti migranti africani che qualche tempo fa, dopo gli sbarchi di Lampedusa, cercarono di arrivare in Francia. “Quando in tv ho sentito parlare di quelle zone e di quella povera gente, sono ritornato indietro negli anni. Io, nonostante tutto, fui fortunato, incontrai persone buone che comprendevano le nostre sofferenze. E mi chiedo come si fa oggi a non immedesimarsi nelle pene e nelle difficoltà altrui”. Resto basita. Senza parole. E penso al reporter Kapuscinski che sotto forme diverse scrive esattamente le stesse cose: “per capire meglio se stessi bisogna capire meglio gli altri, confrontarsi e misurarsi con essi”.”La conferma di quanto io porti con me quegli anni è nelle lettere e nelle cartoline che ancora oggi ricevo da quella famiglia di Le Garde Freinet. Quando si sposò Ronet, che aveva la mia età, sua madre raccontò alla moglie di quanto fossimo bravi ragazzi. E fu lei a scrivermelo in una missiva”. Amavo cucinare. Preparavo spesso la pasta, invitando la famiglia francese. Uno dei loro piatti, ricordo, erano gli uccelletti arrostiti. C’è sempre stato uno scambio reciproco di stima, affetto e comprensione. E mai dimenticherò quella gente”. Aneddoti duri, emozionanti, divertenti, come quello sulla “pastafrolla” legata alla Motobecane, che zì Pietro desiderava far assaggiare ai suoi amici francesi. “Avevo bloccato il dolce con delle cinte ma tra Nizza e Draguignan molti mi segnalavano qualcosa che io non capivo. Mi fermai e non so per quanti chilometri avevo guidato con lo zaino e la pastafrolla al vento. In Francia il dolce arrivò. Ma frantumato!”

 

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