Il senso del rito

'a madonnina

(da Il Sannio Quotidiano del 9/12/2011)


E’ “la sacra famiglia”. Ma a Durazzano la chiamano “‘a madonninä”. Rito paesano. Di identità. Tutte le volte che in passato si è provato a chiederne informazioni, curiosità e tempi legati ad esso, non sono mai arrivate precise risposte. Maria, Giuseppe e Gesù fanno il giro delle case senza fermarsi mai. Le nonne ne raccontavano l’usanza di “accompagnarli” dai vicini sin da ragazze. E così le mamme. Fino a ritrovare lo stesso costume anche in case moderne. La sacra famiglia vive in una piccola “casetta” di legno. Un vetro ne copre le statuine. E due ante laterali che si chiudono ogni qualvolta lascia una casa per raggiungerne un’altra. Si dice che la promotrice dell’iniziativa sia stata una signora sposata in paese che proveniva da Baselice, Margherita De Bellis, ma a divulgarla fu una durazzanese, una suora laica, Gelsomina, che istituì anche l’azione cattolica in quelle che erano le case di sua proprietà in zona “a potecä e vasciö. Fine anni ’30. Il rito venne organizzato secondo dei turni. In un quaderno si segnavano i nomi delle famiglie che volevano partecipare e così, “‘a madonninä” giungeva in ogni focolare e ogni ventiquattr’ore cambiava residenza. Ci si riuniva, si pregava, invitando anche chi non era a conoscenza dell’iniziativa. All’inizio si versava una piccola quota. Poi, durante l’anno, il giorno della ricorrenza della “Sacra famiglia”, la madonnina veniva portata in chiesa e si celebrava messa. Ma con il tempo questo aspetto è venuto meno. E così, la scatola di legno prese la sua strada anche quando la sua promotrice si trasferì altrove. E forse non ha mai più saputo che questa usanza è ancora presente. Anche oggi, come allora, arriva portata dai vicini, o da chi ce l’ha in consegna. Resta in casa una sera. L’usanza vera vuole che ci si sieda intorno al tavolo, invitando anche altri e si reciti il Rosario. Ma alla fine il tutto si riduce ad una preghiera silenziosa. Rituale antropologico legato alla cristianità, e nello stesso tempo rito apotropaico: la triade rappresentava l’aiuto contro malanni e maltempo, per avere un buon raccolto e crescere i figli sani. Intorno a quelle figure vi era dunque tutta una liturgia, un modo di fare che, con il tempo si è un po’ disperso. Anche se, tutti in qualche modo ospitano ancora quella famiglia. Il sovrumano aiuta. E cosa o chi ci sia dietro non conta poi molto. Rituale, parte di tutto un mondo che ha assunto i tratti di materie di studio. Presi dalla velocità, dall’ansia per il futuro, osserviamo poco il senso del vivere quotidiano legato al nostro passato. Ai tempi in cui la mietitura, la raccolta delle olive e l’uccisione del maiale, erano vere e propre consuetudini. Ci siamo anche vergognati di queste cose, quando la città e i suoi ritmi catturavano la nostra attenzione. Abbiamo rinnegato, come Pietro, per paura, i nostri modi di essere e di fare. Fino a volerli cancellare. E così, con le nostre incertezze, con le nostre valigie cariche di attese, ci siamo imbarcati per mete diverse. Ma è alle origini che alla fine si torna. Il giro della sacra famiglia si ripete senza alcun cambiamento da anni. Quando qualcuno muore, la catena non si interrompe, ma con una regola che non so descrivere, si passa ad altra persona. E mai il rito ha fine. Si aggiungono nuove famiglie. Coppie giovani che o per abitudine o per credenza, ne chiedono la presenza. Le identità non sono come gli abiti che indossiamo, che, se ci stanno stretti, li mettiamo via. Sono invece come i muri delle case in cui siamo nati. Sono mattoni che restano anche se sopra si aggiunge colore. Le identità non si comprano né si barattano. Riti. Usanze. Consuetudini tramandate. La cultura di un popolo si riconosce da queste caratteristiche.

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