La mamma del ciclista

(da Il Sannio Quotidiano del 13/05/2011)

di Enza Iadevaia

Sui tornanti tra Zì Cola e Durazzano si leggeva, scritto sull’asfalto, “W Pantani a dimensione d’ uomo”. A Sant’ Agata dei Goti, su un elegante graffito: «Pantani sali in cielo». E lui, il figlio, lo scalatore nato sul mare, rispondeva al suo pubblico. Infiammava le folle. E ascendeva quelle salite tra la Terra di Lavoro e il Sannio, senza accorgersi delle nuvole nere che gli si rovesciavano addosso. “Io lo seguivo in tv. Con occhi di madre. Le sue sofferenze, così come le sue gioie erano le mie”. Tonina è piccoletta, romagnola. Grinta, sangue e sorrisi. Ancora tanti, nonostante tutto. È una mamma come altre, ma è anche la mamma di Marco Pantani. “Mi ricordo di quella pioggia, di quelle curve, di quella bella gente in attesa sui tornanti. Marco raccontò di una tempesta d’acqua che all’improvviso avevano dovuto affrontare, del peggiore tempo con il quale aveva corso. Con me, però, non disse niente. Non mi avrebbe mai fatta preoccupare, Ma io lo avevo seguito tappa dopo tappa e sapevo perfettamente tutto”. Era il Giro del 2000. La tappa da Terracina a Maddaloni, passava per i tornanti di Durazzano. Il Sud di solito è sole. Ma non quella volta. “Le strade bagnate e l’acqua che scendeva giù a secchiate mi gettarono nel panico. Non riuscivo a stare tranquilla e chiedevo di continuo quanto mancasse alla fine. Non si possono raccontare certe sensazioni. Da mamma poi, tutto è amplificato”. Eppure sotto una pioggia scrosciante, appassionati e curiosi si abbarbicarono lungo gli uliveti di Durazzano, dove ci si aggiudicava il Gran Premio di Montagna. “Mi incuriosivano quelle persone che a migliaia aspettavano per ore, una frazione di secondi. Mi incuriosivano. Ma nello stesso tempo mi innervosivo perché vedevo che molti, in alcuni punti correvano talmente vicino a Marco da rischiare di farlo cadere”. Lei racconta cose di mamma, non si curava dei trofei, delle vittorie. “In quei momenti pensavo mille cose: ma avrà mangiato? Avrà abbastanza forza per non cadere?Tremavo, quando nelle discese correva come un fulmine”. Le sensazioni di una mamma, che sia di provincia, di città, che sia la mamma di un campione o di uno sprovveduto, sono le stesse. “I paesini di provincia attiravano l’attenzione perché essendo piccole località notavo che il Giro portava festa, movimento, più delle città. Non so dire cosa pensasse Marco, a casa non parlava mai del ciclismo, ma di certo era felice del calore umano”. Quella tappa sannita del duemila, è restata nella memoria degli appassionati come uno dei mattoni che hanno costruito il mito di Pantani. Un Achille dal cuore vulnerabile. La folla era immensa e calorosa e ovunque, su asfalto, muri, striscioni, il suo nome. “Devo ammettere che i miei occhi erano solo su di lui. Quelle località del Sannio, quelle strade vissute solo in televisione, spero un giorno di visitarle. Anche per poterci rivedere ancora Marco volare come allora. Di certo oggi so dire ogni dettaglio su quelle gare. Dopo il Giro, quando ci riabbracciammo, con lo sguardo ci capimmo: lui sapeva che avevo patito con lui, io sapevo che lui aveva pensato alle mie paure. E so dire anche quali fossero i luoghi dove mio figlio era passato. La tappa del 2000 l’ho rivista in seguito in dvd e i paesi del beneventano che io associavo a Napoli, me li aspettavo con il sole d’agosto! Ora invece so, che quelle non erano periferie, ma paesi con case, gente sorridente, calorosa e cordiale, che parla dritto al cuore. Come Marco”. Ancora oggi sui tornanti da Messercola a Durazzano, i ciclisti continuano a salire, chiedendo sempre: “di qui passò il Pirata, vero?”

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Quando Pantani toccò Durazzano

“Dopo un centinaio di chilometri pianeggianti, la corsa rosa incontrerà il Durazzano e poi la lunga ascesa del Monte Taburno, dieci chilometri che paiono inseriti apposta per testare i protagonisti del Giro prima di arrampicarsi ancora sul Durazzano. Ovvio che il primo nome che viene in mente è quello di Marco Pantani. (dal Corriere della Sera, 15 maggio 2000 , Colombo Claudio)”

“Al secondo passaggio dal Gpm di Durazzano si fa notare anche il milanese gregario di Tonkov. La corsa si anima già al km 60 – l’ olandese Kroon, che conquista anche i due Gpm di Durazzano e quello sul Taburno: c’ è Pantani in testa al gruppo. (da la Gazzetta dello Sport 16 maggio 2000, Negri Rino, Minoliti Nino)

“I tornanti di Durazzano lo accoglievano con bei cartelli. Sant’ Agata dei Goti con un graffito elegante. «Un tempo così non l’ avevo affrontato mai», dirà Pantani dopo sul traguardo. Ma lì non tremava. I suoi scudieri in livrea formavano la prua del gruppo (…). Pantani imbrigliava la corsa. Il gruppo, ammansito, sembrava un leone addomesticato alla sua ruota. Pantani saliva con facilità. I rivali gli lanciavano occhiate giottesche. Pantani vedeva le facce in estasi di tifosi grondanti. Più tardi diceva: «In salita ho avuto sensazioni molto buone». In discesa la sua ruota tagliava sicura i torrenti come una canoa. «C’ erano condizioni bestiali. Ho cercato di non correre rischi», confidava più tardi. (da la Gazzetta dello Sport, 16 maggio 2000, Gregori Claudio, Schianchi Andrea)

«Condizioni bestiali, ma in salita ho avuto sensazioni molto buone» Sul Monte Taburno, nella tempesta, Pantani ha recitato da padrone muovendo i suoi uomini come per una parata «Un tempo così, aggiunge Marco, non l’ avevo mai affrontato. Ho cercato di non correre rischi» «Sono qui per fare onore al Giro e agli altri corridori, dovrebbero essere contenti. Sono partito con umiltà, non voglio togliere spazio a nessuno. Mi dispiace che qualcuno non l’ abbia capito» (da la Gazzetta dello Sport, 16 maggio 2000, Gregori Claudio, Schianchi Andrea)

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