La torpado nera

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(da “Il Sannio quotidiano” del 7/05/2011)

La Torpado nera

di Enza Iadevaia

In un freddo mattino d’inverno, all’alba, una bicicletta Torpado nera attraversa il paese per raggiungere, alcuni chilometri più giù, il luogo di lavoro. Le ruote lasciano la scia dopo aver superato una pozzanghera. Non è l’inizio del film “Ladri di biciclette”. “L’avevo pagata 18 mila lire. Era bella e la trattavo meglio di mia moglie!”. Nonno Luigi è di Sant’Agata dei Goti, ha 78 anni, e quella che per molti oggi è un veicolo da passeggio o per praticare lo sport amato, per lui era fonte sostanziale di movimento: senza la bici raggiungere la campagna era faticoso. “Si usciva all’alba. Mia moglie sulla canna. Dietro il portapacchi mettevo quello che serviva. Si tornava quando le stelle era già possibile contarle”. Anche l’Italia del sud, alla fine degli anni ’50 girava sulla due ruote. Ma con una diversa filosofia. Il miracolo economico non fu un prodotto omogeneo, privo di scompensi, di contraddizioni, di sfasature. Solo una ristretta parte del Paese aveva conosciuto un autentico decollo industriale. Il Sud continuava a vivere un’economia molto gracile. Anche per un mezzo di locomozione così modesto come la bicicletta, c’ era un divario: nel 1950 al Nord ve ne erano almeno 10 milioni, al Sud nemmeno un milione. Strumento indispensabile per chi non poteva permettersi altro. E anche comprarla non era semplice. “Chi aveva possibilità la prendeva nuova, qualcuno la adattava con pezzi trovati in giro. Io la prima la ebbi in dono. Avevo circa 17 anni quando “Rummin’c o’ musciö”, che lavorava nel seminario me ne regalò una da donna. Lui partì per l’Inghilterra e pensò di darmela”. Quel dono così gradito, e mai dimenticato, viene descritto da nonno Luigi con mille particolari: era di colore chiaro, non aveva la canna perché era da donna. “La usai per molti anni, prima di comprare la mia prima e ultima bici, quella che conservo ancora in soffitta. Quella che mai ho pensato di vendere o di buttare e che lascerò a mio nipote.” Dell’uomo che regalò a Luigi la prima bici non si sa più nulla, dall’Inghilterra non è mai tornato. Ma lui non ha mai dimenticato il suo gesto. Simbolo di sogno e di evasione anche per chi la usava solo per utilità, la bicicletta echeggiava nelle canzoni, come quella un pò licenziosa di Andrè Bourvil. Ma in questo arido sud quei versi non arrivavano. “La bicicletta era l’unica cosa che mi permetteva di guadagnar tempo: per trasportare sacchi di olive, ceste di frutta, legna. Da Palmentata a Sant’Agata senza la bici diventava davvero un serio problema”. Mezzo di locomozione e non di piacere in questo caso. Mezzo indispensabile e insostituibile. Un mulo costava tanto. E poi doveva mangiare. La bici no. La bici ti trasportava e non esigeva nulla se non un pò di accortezza. “Anche per lei la domenica era festa. Durante la settimana faceva le mie stesse levatacce e allora la lasciavo riposare sotto il portone”. E proprio in una di quelle domeniche nonno Luigi, all’uscita della messa immortala la sua Torpado nera insieme a sua moglie e a suo figlio. E così, in quello scatto in bianco e nero vi è racchiuso un pezzo d’Italia dove non ci sono campioni. Dove i grandi del ciclismo, Bartali, Boubet, Magni, erano per nonno Luigi nomi ignoti, volti indecifrabili. La versione della bicicletta cambia. Ha due facce, due realtà. Con tutte le sue fatiche. “Si rientrava dalla campagna quando all’improvviso arrivò la pioggia. Con noi c’era mio figlio di due anni. Per non bagnarlo lo infilammo nella cassetta di legno dietro e lo coprimmo con un telo. Lui piangeva. Io e mia moglie arrivammo a casa bagnati fin su i capelli”.

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I mestieri sui pedali
Una operosa Italia vista attraverso quei lavori rimasti solo nell’immaginario collettivo. Ogni mestiere aveva la sua versione nomade. La bottega era ambulante. Era la strada o la piazza: e così, ovunque in giro per l’Italia si udiva lo stridore delle lame dell’arrotino, lo scoppiettare delle caldarroste, il rintocco secco del punteruolo del ciabattino sulla tomaia, il campanello squillante del postino, lo strillone del giornalaio. Ogni bicicletta , attrezzata secondo le esigenze di chi la usava conteneva i propri segreti: il fotografo con i suoi attrezzi, presente nei giorni di festa nelle piazze principali, per servire chi era desideroso di farsi immortalate; l’impagliatore che aggiustava sedie, fiaschi e damigiane, badava che le corde e i fili di saggina non si impigliassero nei raggi; il meccanico viaggiava carico di ruote e di camere d’aria, di colle e di toppe; il contadino con la sua “sporta” dietro per caricare sacchi e frutta; il burattinaio con il suo teatrino completo di marionette, scenografie e giradischi; il sarto aveva una miriade di cassetti e cassettini dove conservava forbici e bottoni, aghi, fili e fogli di giornale per realizzar modelli; l’arrotino si spostava con una sorta di bici-carretto dotata di una ruota di legno, rivestita da un cerchione di ferro; il prete, l’unico che viaggiava leggero.

(e.i)

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One thought on “La torpado nera

  1. Leggo e penso… penso e rivivo!!!!! E’ questo il motivo che mi spinge a chiosare i ricordi che rinfrescono la mia memoria ormai assopita. Ricordo, veramente ricordi lontani nei tempi, si riferiscono al periodo subito dopo la seconda guerra, che, a volte, spinto dalla classica marechella infantile, mi spingevo lì, nei luoghi interdetti ai ragazzi della mia età, nel granaio di casa e, affascinato dall’oggetto, rimanevo a guardare quella bici che era servita ai miei a trasportare il grano fin dalla Puglia, ho ancora l’immagine viva del sacco trasversale sul manubrio e la sella. Ancora ricordo quando mio padre, non c’erano ancora le macchine per il divertimento di massa, mi caricava sul tubo verticale della bici e, in premio per la mia buona condotta settimanale, mi portava a fare il classico giro del paese o quando, invece di caricare me sulla bici, appoggiava la sua mercanzia di campagna da portare al mercato e partiva felice per affontare una giornata di lavoro. Ma delle storie di viaggio che più mi affascinavano era il viaggio che periodicamente il grande vecchio faceva fino a Terracina, sua terra di lavoro, per sbarcare il lunario e portare avanti la famiglia. Ecco questo è il ricordo più bello che mi ha spinto sui pedali per raccontare, a distanza di tanti anni, le mie avventure sulle due ruote. Grazie a te, cara amica, che hai rimosso dal profondo dei miei sentimenti il motivo per cui vado in bici.

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