Bruno e la bicicletta

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Parlare di una terra è anche osservare come ci si muove e cosa fa appassionare. Minima paesalia, a ruota libera, racconta piccoli viaggi in bici tra appassionati e tifosi del Giro d’Italia. L’enorme circo barnum, porterà colori anche nel Sannio. Il 13 maggio porterà ruote alate, uomini corazzati che pochi riconoscono. Corpi sudati e speranzosi che occhi curiosi vedranno sfrecciare. Tutto è ridotto al minimo, al momento effimero del passaggio. Il resto è affidato alla fantasia dello spettatore. È il Giro del Risorgimento. E tra questi “garibaldini senza baionette” si inserisce la provincia italiana. Quella descritta da Alfonso Gatto nel 1947 “con gli operai in maniche di camicia e col berretto di carta in testa appesi alle impalcature, con le scolaresche allineate davanti alle scuole di campagna, con le mamme ridenti alle fontane degli ultimi paesi di montagna”, che a noi piace ora raccontare. Quella provincia a volte ferita, dimenticata, bistrattata. Quella di chi ama la bici e da sempre la considera utile e divertente veicolo. Ecologico. Lento. Senza età e classe sociale. “E’ giacobina senza tagliar teste” dice Emilio Rigatti.

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“Era il dopoguerra, c’erano fame e carestia e comprare una bici era quasi impossibile. E a me bastava osservare quelli che correvano per provare emozioni”. Inizia così il suo racconto, semplice, vero, coinvolgente, Bruno Napolitano, settantenne di Moiano con la passione di un bambino per i pedali. Quelli della sua gioventù erano tempi di forti cambiamenti. La provincia rurale si avviava alla trasformazione, seppur lenta. E i ragazzini di allora, attraverso la due ruote vivevano un senso infinito di libertà e di scoperta del mondo circostante. “La prima bicicletta l’ho avuta intorno ai 12 anni, era da donna. E per comprarla dovetti sudare sette camicie. Ma il mio sogno era quella da corsa”. Una bici sognata per anni, e dopo tanto messa su con pezzi trovati ovunque: “una ruota presa da una parte, un manubrio da un’altra. Ci lavoravo dopo il lavoro. La osservavo, la pulivo con una cura tale da lasciare stupiti i miei amici”. I ricordi lo emozionano: “zì Nicolä me volevä bbén. Era di Cervinara e quando mi vedeva gioiva perché capiva la mia passione e sapeva che non avevo soldi. Così mi dava quello che aveva: tubolari usati, il nastro per avvolgere il manubrio, centrava i raggi. Nun s’ è mmai pigliat nà lir”. Bruno muove le mani quando parla degli ingranaggi, quasi a voler rivivere ancora quelle ore e quei tempi, quando anche con il nulla, si correva verso un futuro di speranza e se poi era la bici a trasportarlo, ancor meglio. “Quando passava il Giro d’Italia, facevo chilometri per vedermi i grandi del ciclismo e sognavo. Sognavo di incontrare il loro sguardo. A quei tempi c’erano Coppi, Bartali, Gastone Nencini”. Più di tutti il Giro emozionava i ragazzini, che volavano dietro la carovana per raccogliere cappellini, barrette di cioccolata, giornali con i racconti inediti dei campioni. “Gareggiavamo tra di noi imitando quei volti che avevamo visto sfrecciare con occhi increduli, esibendo orgogliosi quei trofei messi insieme a fatica. Un giorno, Montevergine in bici con un gruppo di amici divenne una sfida che ci sembrava da grandi”. La tappa di un Giro di fantasia diventava per quei ragazzini del dopoguerra sfida verso il mondo. E’ difficile dare il senso di quegli anni, dove le cose più semplici diventavano straordinarie ragioni. Il mito entrava nelle loro vite senza conoscerne il significato. “Coppi era il ciclista che mi faceva sognare”. Bruno abbassa lo sguardo. Come a ricordar cose che non direbbe ad alta voce. Una maglia da corsa desiderata e mai trovata, ritagli di giornali con i volti del suo mito. Dopo i sogni, poi, la vita vera, quella di tutti i giorni. La fatica per portare soldi a casa ed i chilometri per raggiungere, sempre in bicicletta, il paese della fidanzatina, con il rientro a tarda notte che faceva sembrare Dugenta-Moiano un’ impresa. Come quelle dei ciclisti veri. “Di notte la strada sembrava infinita. Una volta, nel buio, vidi un’omba. Ero talmente spaventato che le gambe già affaticate non riuscivano a far andare le ruote. Mi assalirono mille pensieri”. La bici è anche questo. La solitudine di chi percorre ore tagliando il vento ma non i pensieri. Brutti, belli, pesanti come le salite da fare e i fantasmi da superare. “Solo da vicino poi, vidi che quell’ombra era un ragazzo che conoscevo e non un fantasma. Lo feci salire in canna e proseguimmo insieme verso Moiano, un pò più di fatica, ma con il cuor più leggero”. Passioni e vita. Sogni e speranze. Le salite e le discese. Ad unire tutto, una bici. Che nello spartiacque della vita è stata per Bruno il cavallo alato dei sogni.

da “Il Sannio Quotidiano” (05/05/2011)


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