Sacre corone. Oleate di bici.

Percorsi. Su carta e nel cuore. Zaini pronti. “Hai preso il cell?” “E i soldi?”…”E tu hai messo solo l’ indispensabile?”. Si parte. In macchina. Si attraversa l’alta Irpinia per passare il confine. Enormi e fascinose pale eoliche incantano la vista. C’è sempre vento qui, “tra Lacedonia e Candela”. E lo ricorda anche il titolo di un libro ormai cult.

Si arriva a Lucera con l’idea di visitare il castello di Federico II. Ci sbarazziamo della macchina. Adios, au revoir, aufwidersehen. E cavalchiamo le bici.

La fortezza svevo-angioina sorge sul colle più alto della città, visibile da ogni lato. È imponente. Entriamo con le nostre due ruote dal ponte sul fossato. Si racconta che Federico II fece trasferire dalla Sicilia a Lucera migliaia di Saraceni che si insediarono sul colle. Non so dir che aria si respira, ma quella d’Oriente ha sempre il suo fascino. Dentro la fortezza, i resti degli antichi palazzi. Ma qui, come armi invisibili, delle tremende spine uncinate battezzano la mia partenza. Prima foratura. Imbocchiamo la strada al contrario alla ricerca di un meccanico. Preferiamo tener di riserva la camera d’aria. L’anziano, senza smuovere gli occhi dalla ruota ci chiede se siamo stati al castello, e sorride. Uno sguardo tra di noi. Quelle micidiali armi entrano spesso in azione! Compriamo una seconda camera d’aria (presagi), ultima battuta con l’anziano e ripartiamo verso Castelfiorentino imboccando per un pezzo una statale. Nessuno ci ha avvertito che i km a seguire saranno sotto il sole, senza alberi ad ombrarci. Altro che mezzogiorno di fuoco. Un deserto dove di sacro c’è solo il sole. Km di steppa, di isolate masserie dall’architettura interessante, ma nessuna forma di vita che si muove. Inizio a pensare che avrò sbagliato qualcosa nell’organizzare il percorso e dal viso si nota. Lui, con gli occhi comprensivi mi incoraggia e mi allunga, come Bartali con Coppi, la sua acqua. La mia è ormai finita da un pò.

Lucera-Torremaggiore passando per Castelfiorentino, (luogo dove morì Federico II) è qualcosa di indescrivibile. Non per il percorso. Per il caldo. La strada è percorribilissima e non ha pendenze impossibili per una femmina. Quasi tutta asfaltata. Poche le buche. Quei fichi d’india si fanno guardare ma evitiamo di coglierli. Di spine ne ho già prese tante. La seconda era rimasta nella ruota davanti e ce ne siamo accorti solo sulla statale. Ma qui, le audaci mani del maschio latino, in men che si pensi la riparano.

Castelfiorentino è visibile da una torre posta il alto. È un sito archeologico sotto un sole rovente. Ci chiediamo come mai non resti nulla. Perché è stata distrutto mentre degli altri luoghi federiciani resta ancora molto. Nulla ce lo spiega. Né una insegna né altro.

Filari di uva bianca questa volta ci corteggiano. Ne divoriamo un pò. È un nettare divino. Sarà la sete, il caldo ma quell’uva è gustosa.

Si riparte. Ronzinante è sporca da far paura. Due forature nel giro di poco e tanti sfottò da parte del mio uomo Scott che, fedele ma esigente mi accompagna. Eppure la mia Specialized (forse finta e made in China) è sempre bella come quando l’ho intravista la prima volta.

Lungo la vecchia provinciale un tubo d’irrigazione fa acqua da tutte le parti. Ci fiondiamo lanciando gli elmetti sul terreno e via a bagnarci. Mai spreco di acqua fu così benedetto.

Torremaggiore la si vede da lontano. Il lungo rettilineo in discesa finalmente ci conduce verso un’azienda di vini, dove però noi ci riforniamo d’acqua.

Si ha una non buona impressione della cittadina una volta giunti lì, ma una volta in centro cambiamo idea. Il bar in piazza, dall’aspetto elegante ci rifocilla. Chiediamo di un B&b. Il dialetto foggiano è divertente da ascoltare. È di una strana musicalità.

Bici al riposo. Zaini svuotati. Tutine ad asciugare dopo un veloce lavaggio. Si gira per il centro, pieno di bar e locali aperti fino a tardi. Un manifesto ci annuncia la sagra in villa con prodotti locali. Fiancheggiamo il castello, federiciano in parte, e con tre euro a testa assaggiamo di tutto. Dal pane spugnato in acqua, con pomodori e olio, a quello abbrustolito con patate cotte sotto la cenere. Dal “pan cotto” con verdure, alla pasta con i lampascioni. Si mangia, si beve. L’orchestrina suona non male,repertorio interessante ma il cantante è da sparare. Noi ciclo-viaggiatori un pò stanchi ma felici sembriamo i più soddisfatti della serata.

Di federico II qui ci sono tracce ovunque. Sui portali dei palazzi, sui manifesti che annunciano eventi, su targhe e cartelloni.

Spesso costruiamo il presente tenendo conto del passato, dimenticando un pò il futuro. E così, troppe volte siamo già vecchi prima di iniziare.

E tra cicloidee, pensieri e immagini, sprofondo nel lettone e sogno bici volanti.

Alle 7 i rumori della strada ci danno il buongiorno.

Si riorganizzano gli zaini, cartine piene di grasso, e si fa colazione abbondante. Buongiorno bici, si riparte. Direzione San Severo. Anche qui un pezzo di statale ma con ai lati una sorta di pista ciclabile. Si va veloce. Mi sento in forma. In città cerchiamo un treno per arrivare sul lato mare e da lì poi fare altri percorsi, ma scopriamo che la linea del Gargano ha solo autobus. Tra i percorsi avevamo inserito San Giovanni Rotondo per visitare la chiesa progettata da Renzo Piano. Ma una “x” ed una “freccetta” in altra direzione, indicano cambi di rotte. E allora pedaliamo verso Lesina ed il suo lago. Facciamo tappa ad Apricena, città del marmo e della pietra. Una visita al centro storico senza scendere dalle bici e ci rimettiamo in strada. Poggio Imperiale la osserviamo di sfuggita. Solo una particolare struttura architettonica posta sul lato destra prima di imboccare la strada per Lesina cattura la nostra attenzione.

Non ci sembra vero, ma abbiamo percorso più di 45 km senza problemi. Ieri gli stessi km sembravano la traversata del Pacifico. Lungo la strada una montagna ricostruita con enormi blocchi di pietra ci fa virare a sinistra. Un inconsapevole artista non sa che noi scatteremo foto per mandarle in giro via internet. Quei blocchi di pietra mi fanno pensare ad ipotetici Michelangeli che forse mai nasceranno.

Giungiamo a Lesina nella piazza principale. Ci guardiamo intorno e, da una traversa sulla destra scorgiamo il lago. I gabbiani e delle palafitte, che poi scopriamo esser utili per la pesca delle anguille, sono i nostri prossimi bersagli per alcune foto.

Nel Centro Visite del Parco del Gargano “rubiamo” dei depliant, inutili. Avevamo bisogno di cartine ma ahimé non ne esistono. Anche qui le cose non sembrano funzionare molto.

Risaliamo in sella verso “Le stalle del vescovo”, una trattoria che ci incuriosisce. Un paio di giri e ci troviamo nel borgo vecchio con la sua imponente Cattedrale, dove un matrimonio pieno di invitati attira la mia curiosità.

La trattoria è a due passi dalla chiesa. Ovviamente chiamandosi in quel modo.

Un sorso di vino bianco “40 filari” ci dà il benvenuto. Spaghetti alla chitarra con bottarga e spaghetti con calamari. Altro che femminilità, divoro tutto e il compagno Scott rendendosene conto, aumenta le forchettate. Usciamo dal locale in tutta fretta. Ansiosi di ripartire…Saltiamo in sella e via…ma quale via. Dò uno sguardo alle ruote e “zozzo diavolo delle forature” ne ho presa una terza. Da giocarsi i numeri. Ci guardiamo negli occhi. Son le 15, l’autobus per Lucera passa di lì. Afferro la mtb e scappiamo. Ci vien da ridere. Carichiamo tutto nella corriera attirandoci le attenzioni della gente. Continuiamo a ridere per le mie 3 forature, anche se, ammetto…dentro rosico ma non lo dico all’uomo Scott.

Il nostro bike tour di 2 giorni, ergo, si conclude dopo l’osteria del vescovo! Sarà stata la vendetta della contessa di Canossa o qualche offesa fatta a Federico II, ma 3 forature in mtb non me le aspettavo proprio. Dai finestrini osserviamo in silenzio terre ardenti di Puglia. Ognuno con i propri pensieri. Ma io so i suoi…starà morendo dentro dal ridere per le mie forature. Adios “capitanata”. M’hai fregata.

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