Trevico: sul tetto del mondo

DSCN4445

Se porti con te la spasmodica ansia del vivere quotidiano, lascia stare la paesologia.

Come nel gioco degli scacchi, devi saper aspettare, osservare, aver pazienza, prevedere l’imprevisto e se proprio non ci riesci, lasciarti trasportare dal caso.
Non puoi vivere un luogo se hai fretta, se i tuoi minuti sono contati. La leggerezza e la lentezza di cui Calvino parla sono elementi indispensabili.

In viaggio verso Trevico, attraversando la valle dell’Ufita.

Per un tratto di 4, 5 km la natura sembra esser tornata la Mater di sempre. Non ci sono case, ruderi né altro. Ma si notano ferite. Qui la terra è di continuo in movimento ma senza violenza. Con costanza però, e caparbietà. Proprio per dimostrare la sua continua superiorità.
Vallesaccarda, Castello, San Sossio, Flumeri, Trevico fanno parte della Baronia, una “subregione” dell’Irpinia di cui poco si racconta.

Nuvole basse ci accolgono in questo “tetto del mondo”. Non è l’entrata dell’Ade e questa nebbia non disturba, non mette malinconia. Ed è proprio dalla nebbia che spuntano fuori tre anime. Sono i nostri compagni di viaggio scoperti per caso. E don Michele è l’anima del gruppo. Ci accoglie con il sorriso invitandoci a passeggiare insieme.
Una pietra con su incise le parole di Orazio, ci fa capire che Trivicum era già nota nell’antichità. E da questo angolo di mondo da dove “la Puglia comincia a mostrare i monti” ad Orazio noti, ci si chiede cosa spinge a dimenticare ciò che siamo.

Tappa obbligata è il bar dove don Michele ci offre un buon caffé. Si tornerà qui all’ora di pranzo per gustare i “tridd”, pasta fatta in casa e incavata con tre dita.
Se sembriamo fantasmi che si aggirano tra le nebbie di un luogo dimenticato, il lettore stia ben attento a non fermarsi alle apparenze. Dei luoghi si osserva tutto. E il tempo va dimenticato. Così come il resto. Non è di certo la folla che fa di un posto un pezzo di mondo interessante. Sono i contorni a renderlo diverso. Quei contorni che spesso sfuggono a chi vive da sempre qui. A chi, stanco si lamenta senza proporre alternative. Non è il caso di questo piccolo prete così entusiasta, così attento alle esigenze dei giovani e alle dimenticanze degli adulti.

Trevico ha una struttura “urbica” a schienale d’asino, come ci spiega don Michele. Importante sede vescovile che ha ospitato dal 964 al 1810 44 vescovi. E ben tre sinodi si son tenuti qui.

Ma non è di certo questo che la rende “santa”. Anzi, come tutti i luoghi ha qualcosa di nascosto e diabolico. Sarà la nebbia che continua a salire. Sarà la fantasia di vedere Trevico una location cinematografica, ma la mia mente viaggia. Ettore Scola, regista di fama internazionale ebbe i suoi natali qui. Al numero 11 di Vico Scola c’è quella che fu la sua casa. Ma anche lui, come tanti che vanno via, ha dimenticato e lasciato quassù un pezzo di sé. Non so dir i motivi del suo “distacco”. Ma di certo non serve nominare un “vico” per omaggiare chi in qualche modo è diventato famoso.

Proseguiamo oltre. Un enorme tronco secolare vigila l’entrata di quella che è la cripta. Fino agli anni ’80 l’ipogeo era chiuso, adidrittura murato, ci racconta Franca Molinaro, una deliziosa e minuta artista di un sud che spesso dimentica i suoi figli. Lei non ha la fretta di chi vuol raccontare di sé, ma la delicatezza di chi vuol metterci in mano un angolo di terra poco noto. E lo fa con semplice eleganza, senza la presunzione di chi parla solo per dimostrare ciò che sa.

Dei cani, gli unici che da stamattina vedo in giro, mentre ci immortaliamo in una foto, abbaiano come per attirare l’attenzione. “Sono cani estremisti” sussurra scherzando il curato, “so dire a chi appartengono“.

Come Virgilio che ad un certo punto lascia Dante, così don Michele per qualche ora ci consegna a Franca e a Domenico. Non sono di qui. Ma scopro che sono stati idealmente adottati.

La cripta sorge in una posizione atipica rispetto a ciò che si potrebbe immaginare. Varie potesi sono state avanzate ma troppi dubbi ruotano intorno ad essa. L’arco di entrata è di origine gotica, mentre l’altare di pietra all’interno, (forse un’ara pagana utilizzata chissà per quali sacrifici) non si sa se sia stata da sempre lì o trasportata negli anni. Tra le varie ipotesi anche quella della cripta come tempio pagano per onorare la dea Trivia, dalla quale Trevico prese il nome. Con certezza però nessuno sa dire.

Per terra, una accanto all’altra delle magnifiche acquasantiere che di certo andrebbero collocate in modo diverso. E penso all’architetto Carlo Scarpa, ai suoi interventi a Castelvecchio. Non capisco se qui manca la volontà, i soldi o l’interesse. Osservo l’architutto silenzioso. Immagino cosa stia pensando. Lui sì che saprebbe come intervenire. Ha la cura per le cose del passato e la passione per il moderno. Unirebbe l’uno e l’altro senza offendere le epoche.

Riprendiamo la passeggiata. Un vento tagliente ci fa rallentare il passo. Sant’Euplio non ci fa la grazia, il sole non spunta. E ancora nebbia sul nostro cammino. Saliamo verso l’alto, dove ruderi di un castello longobardo fanno immaginare lotte e battaglie per la difesa del territorio. Resta solo una cinta muraria, all’interno della quale sorge la Stazione Meteorologica dell’Aeronautica Militare.

Cosa rende un paese diverso da un altro? Se ci si ferma alle apparenze, tutti hanno le stesse malattie, tutti sembrano curati da uno stesso medico. Sembra che il tempo da certe parti sia veloce per alcuni aspetti, lento per altri. Ma poi ci sono certi riti che rendono questi luoghi speciali, simbolo di una umanità vera e sentita. L’antica cattedrale eretta nel 1058 ospita oggi un cinquantesimo di matrimonio. In questi posti a volte lontani dal mondo, certi eventi sono festa per tutti. Non conta se sei un parente, un amico stretto. Si è dello stesso luogo. Tutto appartiene a tutti. E festeggiare ha un sapore diverso se si invita anche un forestiero. Mentre gli “antichi” sposi escono sorridenti, ci fermiamo a contemplare la chiesa.

Un ciclo di affreschi, di scuola giottesca, incanta la nostra vista. Don Michele vorrebbe salvaguardarli e trovar per loro un posto più adatto. Quel Cristo pantocratore, con ai lati diversi santi, ricorda il ciclo di affreschi bizantini e i mausolei di quel tempo.

Secoli di lotte, secoli di storia, secoli di vita. Sui quali spesso inciampiamo, noncuranti.

Un cane, di guardia al num. 39, più che abbaiare, ulula. E mi tornano alla mente i versi letti da Domenico Cambria “ulula il lupo sugli altipiani irpini. Geme nel suo dolore, nella terra calpestata dai greci, dai romani, dai bizantini…”.

In quell’ululato c’ho letto la malinconia dei luoghi dimenticati. Dei luoghi come questo, dove l’odore della vita vera viene spesso coperto dall’insipienza di una violenta modernità.

È giunto il momento di andare. Don Michele mi stringe la mano, augurandomi di ritornare. Penso al curato di campagna di Bernanos. Questo piccolo prete ha qualcosa di quel giovane.

«La mia parrocchia è una parrocchia come tutte le altre. Si rassomigliano tutte. Le parrocchie d’oggi, naturalmente. Lo dicevo ieri al curato di Norenfontes: “Il bene e il male debbono equilibrarsi; sennonché, il centro di gravità è collocato in basso, molto in basso. O, se lo preferite, si sovrappongono l’uno all’altro senza mescolarsi, come due liquidi di diversa densità”. Il curato m’ha riso in faccia. È un buon prete, affabilissimo, molto paterno, che all’arcivescovado passa addirittura per un ingegno forte, un po’ pericoloso. I suoi motti di spirito formano la gioia dei presbiteri, ed egli li sottolinea con uno sguardo che vorrebbe essere vivacissimo…»

Annunci