Casal di Principe, le speranze…

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Da dove si parte per raccontarlo questo o quel territorio? Spesso da considerazioni ascoltate da altri, lette sui giornali. Ma bisognerebbe andare, camminare e parlare con la gente per capirci o almeno provare a capirci qualcosa in più.
Il nome ricollega tutto ad eventi, fatti e persone di cui leggiamo di continuo. Anche se la fantasia fa immaginare chissà quali importanti passati: un principe e la sua tenuta. Forse terra appartenuta davvero a qualche nobile. Nessuno, però sa dirmi altro. Un principe poi ritornato rospo, raggirando la favola…
È un enorme paesone. Con strette strade intersecate e un traffico incredibile. Non si ha una bella impressione. Tutto sembra costruito a caso e senza specifiche caratteristiche che fanno di un posto qualcosa di diverso da un altro.
Per strada la gente è ferma davanti ai bar e discute del tempo che passa; in alcuni circoli dove anziani giocano a carte, qualcuno osserva silenzioso. Il chiasso dei bambini intorno ad un pallone è lo stesso di quello sentito altrove. La gente di qui ha tratti diversi rispetto a quelli della mia provincia. In una regione troviamo infinità di lineamenti, caratteristiche che non notiamo mai. Tutti uguali ma fin troppo diversi nei particolari. Due occhi, due orecchi e un naso. Ma in ognuno con delle peculiarità. Lombroso chissà che saggio ne avrebbe tratto. Di certo qui avrebbe scritto tanto. Forse sbagliandosi ancora.
Oggi è il mio compleanno. Atipico per festeggiarlo a Casal di Principe. Ma saggia scelta e proposta del mio Asterione che intanto scatta foto.
Se si sceglie di mettere in scena Gomorra, dovevo pur sempre capirci qualcosa in più.
Mi sfilano davanti due anziani con una croce. È venerdì santo e come in tutte le comunità cristiane ci si prepara alla processione. Qui, forse assume una valenza ancora più tragica. Qui, in questa terra martoriata, dove se scatti una foto passi per un giornalista che vuol rubare notizie, una croce fa davvero il suo effetto.
Saliamo le scale della chiesa del SS. Salvatore. Noto che molti che pregano sono uomini. Cristo è metaforicamente sepolto qui e mi chiedo cosa si prega in certi posti. Se la salvezza dell’anima o la possibilità di non far andare a monte un’operazione.
Riprendiamo il cammino, con occhi che incuriositi ci seguono. Non è molto difficile notare due con macchina fotografica in giro per queste strade. Anche i militari fermi davanti alla stazione dei carabinieri ci osservano.
Il parco della legalità è situato all’incrocio di alcune strade. Entriamo dopo aver letto il cartello.
Ci sono anziani seduti. Una mamma con un bimbo. Ma noi proseguiamo verso una chiesetta posta al centro. Un gruppo di ragazzini, che attira la mia attenzione gioca a pallone. Tra di loro una bimba con un maglioncino rosso e due grandi occhi scuri. Forse ha origini straniere.
Proviamo ad aprire la porta ma è chiusa. Uno dei ragazzini ci dice che è abbandonata. Giriamo intorno per sbirciare da una finestra. Ma quel gruppetto attira sempre più la mia attenzione. Con una scusa mi fermo a parlare. Qualcuno si sposta, sono un pò scettici. La ragazzina con la maglia rossa è lontana. Uno di loro mi chiede, dandomi del “voi”, se sono giornalista e da dove vengo. “Sono della vostra terra, anch io campana”, e così si rassicurano.
Il moretto che si era allontanato si avvicina e con lui qualcun altro. Qualche sorriso sul viso, io che cerco di esser con loro scherzosa.
Hanno occhi belli. Di speranza. E son curiosi. Un click di una prima foto di gruppo li fa divertire. Ora potrei chieder loro qualsiasi cosa. Ho come l’impressione che l’empasse iniziale sia superata. Ora si fidano. Ci spostiamo verso la chiesetta, il mio Asterione si è guadagnato la fiducia di un anziano che ha deciso di aprirci quel luogo una volta santo.
Di architettura inizi 900. essenziale. Io vi ho immaginato un matrimonio raccolto. O magari le parole di un omelia di don Peppe Diana. E quasi risuona la sua voce.
Uno dei ragazzini quasi leggendomi dentro sussurra: “..una volta qui si stava bene davvero”. Parole, immagino ascoltate mille volte da nonni o padri. E sorrido, pensando a questi volti genuini. “per amore del mio popolo non tacerò”. Chissà se conoscono queste parole, se qualcuno ha mai provato loro a spiegarne il senso.
Io voglio credere di sì. Voglio sperare che in quelle menti e in quegli occhi ci sia il desiderio di rivincita. Non ricordo i loro nomi, ma potrei riconoscerli da lontano: il ragazzino dagli occhi belli, quello magro che forse rischia di esser bocciato, la bimba con il maglioncino rosso, il ragazzino il cui padre faceva il muratore e conosceva Benevento.
Ecco, di questi non si parla mai. Eppure sono il futuro. Sono la speranza vera di Casal di Principe. E a loro dedico queste mie parole.

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