Shlomo Venezia da non dimenticare

Incontrai Shlomo Venezia per caso, sul treno Lecce-Roma. Era seduto al mio posto. Aveva una copertina sulle gambe e il sorriso di un bambino. Da allora, fui per lui “la ragazza del treno”. Lo ritrovai anni dopo. Lo avevo cercato e sua moglie Marika mi regalò “Sonderkommando”, il libro che ebbi il piacere e l’emozione di presentargli in quella che era stata anni prima la mia scuola.

A Shlomo, per non dimenticare…

Da “Il Mattino 17/02/2010.

“Mi chiamo Shlomo Venezia. Sono nato a Salonicco il 29 dicembre 1923”. Inizia così il racconto delle due vite di un sopravvissuto nei lager nazisti nel libro “Sonderkommando Auschwitz”. 231 pagine,180 grammi di dolori, emozioni e totale negazione dell’uomo. E’ il suo inferno dantesco che Venezia racconterà il 19 febbraio agli studenti dell’ ITCG S. Alfonso M. dé Liguori di S. Agata dei Goti, nell’evento organizzato dal preside Andrea De Rosa e dal prof. Claudio Lubrano. Il tema più profondo celato tra le righe è quello della memoria? “E’ così, mi conforta sapere che non parlo nel vuoto, anche se testimoniare rappresenta un enorme sacrificio, riporta in vita una sofferenza lacerante che non mi lascia mai. Tutto va bene, poi,d’un tratto mi sento disperato. La chiamo la malattia dei sopravvissuti”. Ascoltare le sue parole catapulta in un altro da sé. Si resta in un silenzio sommesso, “la forza del ricordo ha due facce: quella benefica che spinge ad andare avanti per continuare a testimoniare, e quella disperata, perché ogni volta è come rivivere tutto”. I Sonderkommandos, le squadre speciali dove Venezia era costretto a lavorare come addetto al forno crematorio, mettono in luce un meccanismo perverso che obbligava le vittime ad azioni che procuravano sensi di colpa, costringendole ad assumere le fattezze dei carnefici. Il racconto va avanti con meticolosità, fermezza, desiderio di non far cadere nell’oblio il passato. “Un giorno – prosegue Venezia – il cane di una guardia era morto avvicinandosi ad un filo spinato, per il tedesco fu una vera tragedia. La vita di quell’animale valeva più di mille ebrei”. Mentre parla, sbottona un polsino della camica. Solo un numero identificava i prigionieri, un segno indelebile che con una certa emozione Venezia mostra: 182727. “Cos’è questo numero nonno”, chiese un giorno un nipote, “un numero di telefono. Per non dimenticare”.

 

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