Un eremo, una passerella, una chiesa

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Val la pena andarci…

19-12-09

Ci sono luoghi che mai la fantasia riesce ad immaginare. Siamo abituati agli spazi enormi, anche se si è cresciuti in un minuscolo paese. Siamo abituati alla centralità del mondo, al continuo via vai tra la folla. E non sappiamo più ascoltare il silenzio. Non sappiamo cosa sia o dove regni.

Oggi ho visitato, per caso, un paesino dell’Irpina a pochi km da Avellino. Uno di quei luoghi che non scopri su alcuna cartina, né qualche grande evento lo ha reso noto oltre i propri confini. Di solito sono le sciagure o le calamità naturali a riportare in vita un paese. Di questo, non ricordo nemmeno se il terremoto dell’80 lo ha portato alle cronache.

Qualcuno per strada, dopo attimi di silenzio, come per giustificarsi ed uscire dall’anonimato, mi accenna ad un calciatore oriundo di qui, che fece per un pò parlare di Chiusano.

Paese circondato da piccole colline che d’inverno con il loro colore a metà tra il rosso e il marrone, sembrano tele di un pittore naif.

Ti guardi intorno e noti visi spenti o affaticati. Affaticati anche dall’ansia di un lento scorrere del tempo. È un luogo noto anche per la pastorizia e allora, fantastichi, pensando alle descrizioni poetiche e bucoliche di vite dei campi. La realtà è tutt’altro. Qui l’inverno è freddo e senti le mani che non provano più sensazioni. Diventano rosse e poi livide e il vento tagliente sfiora le labbra come lastre di ghiaccio.

Avvolgo meglio la sciarpa verde intorno al collo e sento la pelle del viso secchissima.

A Chiusano San Domenico trovi le stesse sensazioni di un qualsiasi paesino del sud, del quale respiri tempi dilatati e attese lunghe un’eternità. Ma, come in qualsiasi ignoto e innominato luogo, scopri poi degli angoli che vorresti fotografare per portarli via con te. E allora ti ricredi e pensi che nulla è come sembra a prima vista. Che nulla è senza valore, che in ogni dove puoi scovare qualcosa che ti lascia a bocca aperta.

L’eremo lo trovi alla fine di una irta e solitaria salita, dove da poco qualcuno ha tagliato enormi tronchi di castagno. Anch’essi hanno terminato il loro cammino.

Tutt’intorno il silenzio. E la stessa scritta su legno invita a rispettare quell’angolo di mondo.

Un cartello con le informazioni, ci dice che l’eremo, del 1230, è stato ristrutturato con fondi regionali. Osservo la struttura in pietra. Guglielmo da Vercelli aveva fiuto se si fermò qui, penso ad alta voce. Davanti alla struttura è stata costruita una lunga panchina in legno che invita il viaggiatore alla preghiera e alla riflessione. Mi sposto di pochi passi: la porta d’ingresso, in legno, chiusa come tutte le cose belle fatte e rifatte per non essere ammirate, ha sui due lati delle finestre che permettono di sbirciare dall’esterno quel luogo così suggestivo in un posto tanto ignoto. È nel momento in cui i miei occhi si concentrano in quell’interno, che resto senza parole: una corte con ai lati delle cappelline, un “recinto sacro” come mi suggerisce l’incantevole cicerone che mi ha condotta in queste terre. In fondo, la piccola cappella (dove ora un presepe riempie lo spazio) un tempo, rifugio dell’eremita.

Un pezzo di anima che una volta scoperto lo conservi con cura e fai fatica a raccontarlo quasi per non sciupare la magia del posto. E così, senza pensarci mi vien da tirare fuori qualche commento aspro sui nostri luoghi poco mostrati al mondo. Se quest’eremo lo avessi scoperto altrove, di sicuro lo avrei ritrovato su guide e opuscoli informativi. Altrove, una politica diversa, un diverso modo di gestire le risorse, mi fa pensare che davvero l’Italia è divisa in due: dove si fa e si mostra e dove si fa e si chiude con lucchetti.

Qui è territorio aspro. In tutti i sensi. Anche la natura lo è. Zona di neve, di freddo tagliente. Il mio cicerone, sorridendomi mi indica un’altra stradina da imboccare ed un altro luogo da annotare nel mio taccuino. Per strada, essendo lui un architutto, come lo chiamo io, mi spiega una serie di cose, ma il suo modo di illustrarmi il paesaggio e di raccontare è così delicato e attento che mi lascia la curiosità di scoprire altro solo una volta giunti in cima.

Ha la maestria del raccontastorie. Non la voracità di chi vuol rivelarti il finale di una favola.

Un viale in pietra. Tutt’intorno montagne, una leggermente innevata. Anche qui i colori dei castagneti d’inverno. Si arriva su e sulla sinistra delle scale in pietra colpiscono la mia vista. Saliamo e seguiamo la linea della natura: una passerella di legno che a sua volta segue il profilo delle rocce sottostanti. Una passerella la trovi su un lungomare, tu la percorri e scopri l’orizzonte confondersi con il mare. Qui no. Qui, la passerella ti eleva e ti fa sentire un ossimoro vivente: un corpo minuscolo circondato dalla natura e nello stesso tempo il padrone solitario di quel mondo che un qualche sensibile e intelligente Architetto ha creato per noi. E allora comprendi che spesso siamo stupidi. Che mai ci fermiamo ad osservare la terra sulla quale poggiamo i piedi. Una passerella, al mare, è solo una striscia di materiale che ci fa sporgere verso l’acqua. Qui, queste doghe di legno scuro sono il percorso dell’io che incontra l’universo. E il panorama cambia ogni volta. Non è mai lo stesso. E non conta che ci sia freddo. Non avverti il vento che di taglio ti sfiora la faccia. Santa Maria della Neve. Ora comprendo il perché un tempo era così chiamata la chiesa sottostante ancora da ristrutturare. Anche qui con i fondi regionali sono state rifatte o costruite ex novo alcune cose: la pavimentazione, la passerella, le panchine. Un tocco di nuovo che non rovina l’antico. La chiesa, esternamente come un tempo, aspetta di rivivere. Di fondi, forse non ne sono arrivati altri. Sorge su un’altura. Tutt’intorno è roccia. E ha mutato il suo antico nome in San Domenico. Del perché non so dire. E nemmeno m’informo. Ammetto però che era più suggestivo e intenso “Santa Maria della Neve”. Fantasia o cos’altro ma sembrava avesse un richiamo alle forze della natura: qui in questo luogo così in alto, la neve d’inverno fa sempre la sua visita.

Ma, tra santi e profezie non si scherza. E forse San Domenico l’avrà spuntata meglio in qualche periodo elettorale. L’interno della chiesa non è possibile visitarlo e non sappiamo cosa ci sia. Se qualche affresco ricopre ancora le pareti o qualche antica croce con il suo emaciato Cristo sia ancora lì in un eterno silenzio, in attesa di risorgere.

Il silenzio, anche qui come all’eremo, la fa da padrona. E anche noi, come spinti da qualcosa parliamo a bassa voce. Nel giro di pochi minuti ho scoperto due luoghi che mai avrei immaginato. E sorrido guardando l’architutto. Sorrido pensando a tutte le volte che per pigrizia non ci spostiamo di due passi. O se lo facciamo è per andare verso luoghi privi di intimità e di spessore, verso quei non-luoghi senza i quali oggi non ci sentiamo cittadini del mondo. Mi volto ancora prima di risalire in macchina. Del campanile non resta più traccia. È crollato durante il terremoto del 1980. Io avevo 4 anni. E solo ora, a distanza di 29 scopro bellezze della mia regione di cui mai nessuno parla.

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