Il ritorno del sopravvissuto

Le due vite di Lance Armstrong: un viale senza tramonto

“Un triciclo rosso”. L’immagine forte che evoca la slitta “rosebud” (che chiude “Quarto potere” di Orson Welles), è non solo il titolo di uno dei capitoli del libro di Maurizio Crosetti dedicato a “Fortebraccio”, ma oggetto centrale nella vita del ciclista, forse, più famoso al mondo. Un triciclo rosso, che come dissolvenza in un film, si trasforma in una elegante e potente bici da corsa. Lance. Lance Armstrong. O come lo italianizza l’autore del libro: Fortebraccio. Un “braccio di ferro” tutto nervi e adrenalina che combatte, cade, si rialza. “I suoi occhi sono gelidi, il suo sguardo è rovente. È un personaggio assoluto, un fenomeno mondiale, l’incarnazione del sogno americano”, lui rappresenta a pieno titolo lo slogan obamiano “Yes We can”. S’, perché lui può e lo ha dimostrato. “Il ritorno del sopravvissuto” è un viaggio avanti e indietro nel tempo, tra vita, baratro e rinascita di uno dei più grandi sportivi al mondo. Crosetti, inviato di Repubblica, fa di questo ciclista un ritratto appassionante, con l’occhio di chi lo segue con curiosità e discrezione, senza perderne i colori, le sfumature, quei “grigi” che lo rendevano antipatico e senza perderne lo sguardo, pieno di rabbia, per poter affrontare meglio una vita mai troppo generosa con lui. Lance, “lancia”, nome dato dal padre (che abbandonò la famiglia) in onore di Lance Rentzel, giocatore di baseball della Dallas Cowboys, o lo si ama, o lo si odia. Campione del mondo ad Oslo a soli 22 anni. Ma, crudele, repentina, una linea nera divide in due il foglio bianco della vita. Cancro ai testicoli, metastasi al cervello. Gli dicono “50% vivi, 50% muori”. Ma lui vive, torna e nel 1999 sale sul gradino più alto del tour de France (per risalirci ancora ben altre sei volte di seguito). Il ritorno alla vita normale è però soprattutto impegno. Mai dimenticare quel “bastardo” (così Armstrong chiama il cancro) che aveva cercato di fermarlo. E per non dimenticare fonda la “Lance Armstrong Foundation”: il suo braccialetto giallo “Livestrong” farà il giro del mondo. È il 2005 quando dice basta. Resta fermo 3 anni. Ma la bici lo attende e lui, come il ritorno tra le braccia di un’amante mai dimenticata, risale in sella a 37 anni. Senza mezze misure, com’è nel suo stile. Com’è sempre stato. Partecipa per la prima volta al Giro d’Italia nel 2009 (dopo una frattura alla clavicola a fine marzo in Spagna) giungendo dodicesimo. Sempre nel 2009 giunge terzo sui Campi Elisi, dietro avversari molto più giovani. La politica lo corteggia. Il gossip lo immortala nelle prime pagine come una star di Hollywood. Tra le infinite curve della vita e di un qualsiasi Courchevel (dove Pantani lo staccò con cinquantuno secondi), Robocop (come lo ribattezzò il nemico di Cesenatico) affronta la discesa e poi la risalita con una furia impetuosa, lasciando tutti, amici e nemici, davvero senza fiato. “Palla, spillo, passo carraio”, mai dimenticare se si vuole vivere davvero. “Just do it” Lance.

En. iade, da “Il Corriere del Sannio”, 3 ottobre 2009

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