“Scritti corsari” – Forum Pantani

da “Scritti corsari” – Forum Pantani

Il messaggio di Dostoevskij, così come quello di Pasolini, acquisisce valore nel tempo, perché la sensibilità di entrambi indaga gli eterni problemi dell’uomo.
La straordinaria attenzione per la vita sociale e politica delle rispettive epoche non rende certo anacronistico il loro messaggio, anzi viene reso vivo perché entrambi mostrano gli effetti che certe idee producono nella vita delle persone comuni…

Marco era una persona comune. Ma Pantani era il personaggio che faceva gola alla stampa, ai media in generale. Pantani era parte, non dimentichiamolo di un atroce sistema legato anche all’audience, allo share.
Dici bene: Pantani divenne veramente un personaggio di dimensioni enormi che, forse, qualche difficoltà a Marco la creava…

Se analizziamo i personaggi sia di Dostoevskij che di Pasolini, in ognuno c’è qualcosa di Marco e qualcosa di Pantani.
Marco e Pantani avrebbero trovato terreno fertile per inserirsi all’ interno di storie. Marco stesso è storia. Marco rappresenta l’estasi e il tormento, il sale ideale per ogni racconto dai risvolti tragici.
È ovvio, almeno per noi, che tutto si lega a lui. Che tutto della sua vicenda umana abbia tra le pieghe i germi di elementi letterari, filosofici, psicologici.
Non vederli è non capire in pieno Marco.
Alla stregua dei personaggi di Dostoevskij e di Pasolini, Marco Pantani racchiude elementi vicini ad ognuno di noi.
Così come mettendo in scena, Dostoevskij i suoi personaggi e Pasolini i suoi scritti, essi non mettono in scena solo la propria anima ma anche la coscienza del lettore è chiamata a interrogarsi, costretta a pronunziarsi, a valutare, a decidere.
Così è avvenuto e avviene nel caso di Marco Pantani. Tutti noi in qualche modo siamo chiamati in causa. Chiamati in causa perché siamo stati anche testimoni di un processo davvero karamazoviano.
E forse, quella stessa nostra impossibilità di agire, quel senso di sconfitta che proviamo tutt’ora ci porta a voler ritrovare nelle memorie del sottosuolo un qualcosa che illumini la mente di tutti.
La vicenda di Marco quasi si ritrova ad essere come un romanzo polifonico dove tutti i “lettori” sono chiamati in causa.
E anche noi, siamo spesso disorientati. Siamo disorientati perché viviamo in una società che ci vuole morti che camminano, una società che non ammette menti vive.
Marco era l’altra metà dello sport. Quella metà che faceva emergere lo spirito della competizione vera, quella che viveva di adrenalina pura, quella parte che se ne fregava di chi agiva nel sottosuolo.
Riguardando un video di quel maledetto 5 giugno a Campiglio, ho rivisto ancora una volta nello sguardo di Marco che lentamente cede al mondo, la fine di ogni lotta.
Lì, in quel suo abbassare gli occhi c’è tutta quella parte di umanità che crolla. Crolla di fronte a quel tipo di “male” che è l’inganno dell’uomo.
Ma guardare il male direttamente è impossibile. E allora in quello sguardo abbassato di Marco io c’ ho letto la stanchezza dell’anima.
La stanchezza di Dimitri.
La stanchezza dell’uomo pasoliniano.

“…che colpa ha l’anima debole se non ha la forza di accogliere doni così terribili?. .. E se c’è un mistero, anche noi avevamo il diritto di predicare il mistero e di insegnare agli uomini che non è la libera decisione dei loro cuori quello che importa e neppure l’amore, ma il mistero al quale devono inchinarsi ciecamente, anche contro la loro coscienza”

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